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Malala, dopo l’attentato arriva la fatwa

Non c’è pace per Malala Yousafzai, la ragazzina pakistana di 14 anni che lotta per l’istruzione delle bambine e della quale abbiamo già parlato.
Malala, dopo l’attentato arriva la fatwa

La giuovane Malala

Dopo essere rimasta ferita quasi mortalmente in un attentato dei Talebani il 9 ottobre, proprio mentre stava tornando a casa da scuola, ora i barbuti della Moschea rossa di Islamabad lanciano contro Malala una fatwa, un editto islamico che può essere di morte, come in questo e in moltissimi altri casi, ai danni attivisti dei diritti umani e liberi pensatori. La notizia della fatwa contro la studentessa è stata rivelata ai media britannici da integralisti islamici legati proprio alla moschea pakistana e residenti nientemeno che a Londra (Malala è ricoverata per cure a Birmingham). In perfetto stile taqiyya (la “dissimulazione” permessa dall’islam)l’estremista Anjem Choudary, ha spiegato che quella emessa “non è una sentenza di morte” contro quella che ormai è la “Figlia della Nazione” pakistana, ma un modo per parlare “di quello che sta accadendo davvero e di come lei è diventata uno strumento di propaganda degli Stati Uniti e del Pakistan". Proprio l’equivalente della condanna a morte contro la ragazzina, come “traditrice”, “apostata dell’islam”, naturalmente sulla base di una delle solite, deliranti teorie complottiste.

Intanto Malala sta combattendo per guarire, anche perché, assicura suo padre che l’ha sempre sostenuta, ella vuole tornare in Pakistan a studiare e a continuare la sua battaglia. E’ supportata da miriadi di persone in tutto il mondo e da migliaia di firme che chiedono che le venga conferito il premio Nobel per la Pace. C’è davvero da augurarsi che ciò aiuti a fermare la furia dei fanatici islamici.

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Editoriale

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