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Primavera araba: i fattori del cambiamento

Il mondo arabo come legge se stesso ? In particolare gli intellettuali che analisi mettono in campo per capire le novità in corso. Tradotte dal periodico internazionale in lingua araba “ Al-Siyassa Al-Dawliya”, ecco le riflessioni di D. Dina Shehata, del Centro studi politici e strategici Al-Ahram, e di Maria Wahid, docente di scienze politiche all’Università del Cairo.

 

 

Negli ultimi mesi il mondo arabo ha assistito a quello che non aveva vissuto per decenni. E’ rimasto fuori dalle onde del cambiamento e dalle successive sequenze di trasformazione democratica spingendo alcuni a parlare di un'eccezione araba in questo settore, o dell'esistenza di una contraddizione tra la cultura araba e i valori della democrazia . Il mondo arabo ha iniziato negli ultimi mesi ad assistere all'inizio della disintegrazione della struttura dei regimi autoritari grazie alle insurrezioni popolari che hanno avuto inizio in Tunisia ed Egitto, poi in Libia, Giordania, Bahrain, Yemen, Iraq e Oman. Qualunque sia il nome delle piazze delle proteste (Tahrir Square, Circle Pearl, Avenue Habib Bourguiba, Piazza del cambiamento) l’ obiettivo è uno, la caduta dei regimi autoritari, sia del sistema nel suo complesso attraverso un cambiamento totale, o in parte attraverso l'introduzione di alcune riforme politiche ed economiche.

  

Nonostante le importanti differenze tra i regimi arabi, monarchici e repubblicani, e tra i paesi produttori di petrolio e paesi esportatori di mano d’opera, questi sistemi hanno delle caratteristiche e delle politiche molto simili , e quindi le richieste delle forze ribelli sono anche loro simili in larga misura. Queste esigenze si sono concentrate sulla libertà politica, democrazia e giustizia sociale. Sono simili anche le risposte dei regimi arabi a queste rivoluzioni, tutti hanno accusato i ribelli di essere dei traditori, usando intimidazione, violenza, terrore e sottolineando che ogni paese arabo ha la sua propria specificità, come ha dichiarato il ministro degli Affari Esteri algerino, 'Murad Medelci', che ha dichiarato che ‘ l'Algeria non’è la Tunisia, e l’Algeria non’è l’Egitto’ (1). Saif al-Islam Gheddafi, aveva confermato che la Libia non è come l’Egitto e la Tunisia. . L’ex ministro degli Esteri egiziano 'Ahmed Abul-Gheit' ha detto che l’Egitto non è la Tunisia (2). In realtà, quello che è successo in Tunisia in larga misura ripetuto in Egitto, e lo stesso in Libia e Yemen può essere l'inizio del cambiamento democratico, della libertà e della giustizia sociale. Inoltre anche alcuni paesi del Golfo Persico, come Oman e Bahrain, vedono crescere le rivendicazioni di un ampio movimento sociale che vuole la caduta dei regimi al potere.

 

In questo quadro cercheremo di evidenziare nella prima parte le motivazioni più importanti delle diverse forze politiche e sociali della Rivoluzione. Nella seconda parte descriveremo le forze più importanti che hanno partecipato alle proteste, tenendo conto del fatto che queste rivolte sono state sommosse popolari, nelle quali hanno partecipato tutti i ceti sociali. Nella terza e ultima parte approfondiremo lo studio di quattro paesi arabi: Tunisia, Libia, Yemen e Bahrain.

  

Prima parte : i fattori di cambiamento nel mondo arabo

 

  Diversi fattori hanno contribuito alla nascita di rivolte popolari e rivoluzioni nel mondo arabo, guidati da giovani (di età compresa tra i 15 e i 29 anni) che sono più di un terzo del mondo arabo, la cosiddetta ondata di gioventù. E le molteplici forme di sofferenza sotto forma di esclusione e di discriminazione l’hanno portata ad essere furiosa contro questa situazione. Nonostante la ricchezza umana e quelle naturali di cui gode la regione araba, la stessa ha visto negli ultimi decenni un forte squilibrio nel sistema di distribuzione della ricchezza, in quanto le componenti di quest’ultima sono state accaparrate da una ristretta elite strettamente legata al potere, mentre i grandi segmenti delle società arabe sono stati emarginati. Questo fenomeno è aumentato negli ultimi anni in modo significativo, con la tendenza ad adottare meccanismi di mercato, il libero scambio, e il declino del ruolo economico e sociale dello Stato. La regione araba è anche vittima della repressione, della tirannia, dell’assenza di diritti e libertà, e di massicce violazioni dei diritti umani, con la concentrazione del potere nelle mani dell’ elite ristretta legata al partito o alla famiglia regnante.

  

La situazione di soffocamento politico nella regione araba ha portato alla nascita di un gran numero di movimenti di protesta, alcuni di natura politica o sociale, e altri di natura religiosa o etnica. D'altra parte, la quasi totalità dei paesi arabi è fallita nel realizzare l'integrazione nazionale tra etnie religiose ed etniche e gruppi diversi, e la maggior parte delle minoranze (o maggioranze emarginate) ha subito nel mondo arabo l’ esclusione e la discriminazione religiosa, culturale e sociale. Negli ultimi anni, con le crescenti manifestazioni di oppressione politica e sociale in molti paesi arabi, un ruolo forte e crescente di forze regionali e internazionali, hanno cominciato a spingere questi gruppi a chiedere i loro diritti culturali e politici, o verso pretese di secessione in tutto o in parte rispetto alla madre patria. Infine, il livello crescente di interferenze delle forze regionali e internazionali negli affari interni della regione araba ha aggravato lo stato di debolezza e di divisione nella regione. Discuteremo di questi fattori di seguito in dettaglio.

    

Il boom dei giovani

 Nella regione araba la popolazione è molto giovane, in quanto i giovani rappresentano nella fascia di età tra 15 e 29 anni, più di un terzo della popolazione della regione. E questa fascia di età soffre l'esclusione economica, sociale e politica; queste cause l’hanno portata in prima linea ad essere la guida e il motore per le richieste del cambiamento. La disoccupazione è il problema importante più vissuto dai giovani nel mondo arabo, con livelli di disoccupazione al 25% rispetto alla media mondiale del 14,4%. I tassi di disoccupazione sono concentrati in gran parte tra i giovani istruiti che hanno ottenuto un istruzione superiore, dove i giovani istruiti rappresentano circa il 95% dei giovani disoccupati nel mondo arabo. I tassi di disoccupazione aumentano drammaticamente tra le giovani istruite, dove la donna araba è molto indietro in termini di integrazione nel mercato del lavoro. I giovani soffrono anche bassi livelli di salari e le cattive condizioni di lavoro, laddove lavora circa il 72% dei giovani senza regolare contratto. L'impatto di tutto questo ha influito in maniera negativa sulle condizioni sociali dei giovani nel mondo arabo, dove il celibato è fenomeno dilagante, e l'età del matrimonio sempre più avanzata. Secondo i rapporti internazionali, oltre il 50% dei maschi nella fascia d'età 25-29 non sono mai stati sposati, il più alto tasso tra i paesi in via di sviluppo. D'altra parte, i giovani soffrono nel mondo arabo di una chiara esclusione politica, dove l'assenza di libertà politiche e civili, la debolezza dei partiti politici e organizzazioni della società civile, e massicce violazioni dei diritti umani spingono i giovani all’abbandono della partecipazione politica attraverso i canali legali (3).

 

Ma negli ultimi anni, con la proliferazione dei media alternativi e degli strumenti della comunicazione moderna, dei canali satellitari come Al Jazeera, dei telefoni cellulari e di internet, i giovani arabi hanno iniziato a costruire nuovi modelli di partecipazione, cosa che ha permesso loro di bypassare molti dei vincoli imposti dai regimi arabi sulla libertà di espressione e di associazione. Si sono orientati verso i social network e i blog per connettersi con gli altri, e per esprimere insoddisfazione per le condizioni esistenti, nonché per organizzare manifestazioni di protesta e riuscire a rompere la barriera della paura imposta dai regimi arabi al loro popolo per decenni.

 

Emarginazione economica e sociale

  Anche se le ricchezze umane e materiali di cui godono i paesi della regione sono elevate, i governi arabi non sono riusciti a raggiungere uno sviluppo sostenibile e la giustizia sociale. Sono ancora ampi i segmenti dei popoli arabi che soffrono l’analfabetismo, la disoccupazione, i bassi livelli di reddito, la mancanza di servizi e strutture, e il divario tra le classi e le regioni in un unico stato si sta allargando. Questo ha comportato un peggioramento dei problemi economici e sociali, una corruzione dilagante molto diffusa, il monopolio di una ristretta elite al potere sui guadagni dello sviluppo con un crescente malcontento politico e sociale e l'emergere di movimenti di protesta su larga scala in molti paesi arabi. La decisione di un certo numero di paesi arabi di adottare politiche di liberalizzazione economica e di economia di mercato negli ultimi anni, ha portato al declino del ruolo economico e sociale dei paesi arabi in modo significativo, influenzando negativamente ampi settori fortemente dipendenti dal sostegno statale. Pertanto sono aumentate la povertà e l'emarginazione e il divario tra ricchi e poveri è diventato molto significativo, e ha visto crescente il ritmo delle proteste dei lavoratori, la domanda di salari più alti, la lotta contro la corruzione e l'inflazione, e la richiesta di miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori.

 Si osserva che i tassi di sviluppo umano - secondo un rapporto delle Nazioni Unite per lo sviluppo - non corrisponde alla realtà in un certo numero di paesi arabi. La Jamahiriya libica è al 53 posto, e questo rappresenta un alto livello di sviluppo umano. Per quanto riguarda la Tunisia, si trova all’81 posto e l'Egitto al 101esimo.

  

A questo proposito, ha detto Galal Amin: "in Tunisia e Libia , secondo il FMI, c'è stato un miglioramento importante degli indicatori che misurano il successo e il fallimento, mentre il FMI ha taciuto sul peggioramento dei risultati di altri indicatori, mettendone in risalto solo alcuni : il tasso di crescita del pil aumenta, insieme al reddito medio, e agli investimenti stranieri. (Questo è successo in Tunisia negli ultimi venti anni, e ha iniziato a verificarsi in Egitto da sei anni). Tuttavia, c'è stato un deterioramento grave delle tre cose che non piacciono al Fondo o alle istituzioni finanziarie internazionali : l'aumento della disoccupazione, il crescente divario tra ricchi e poveri, e la crescente esposizione dell'economia di fronte ai cambiamenti mondiali, oltre che l’impatto rispetto a ciò che sta accadendo all’estero. Il risultato è stato che in Tunisia, dopo più di venti anni di attuazione delle direttive del FMI, il pil è aumentato ad un tasso superiore al 5% l’anno (cioè tre volte più di quello che è successo in Egitto), ma è anche aumentato nettamente il tasso di disoccupazione, che ha superato quello dell’Egitto di circa il 50% (il 14% della forza lavoro totale, rispetto al 9% in Egitto, secondo le statistiche ufficiali che sono probabilmente sottostimate rispetto alla realtà dei due paesi). Inoltre, ha ampliato notevolmente il divario tra ricchi e poveri, divenendo molto più grande in Egitto (il 10% più ricco della popolazione in Egitto possiede 8 volte quello che possiede il 10% della popolazione povera, rispetto alle 13 volte in Tunisia), secondo le statistiche delle Nazioni Unite dell’anno 2007/2008. E 'probabile che la verità sia molto peggiore, dato che molto di ciò che i ricchi possiedono non si vede e non si conta(4). 

 

L'assenza di libertà politiche

   

I paesi arabi hanno affrontato dopo la fine della guerra fredda, soprattutto dopo l'occupazione statunitense dell’Iraq, pressioni interne ed esterne crescenti per adottare le riforme politiche democratiche reali che portino alla ‘liberazione’ di libertà politiche e civili, alla possibilità di costituire partiti politici e associazioni, o sindacati, e di sviluppare misure di salvaguardia per garantire elezioni eque, e la libertà dei mezzi di stampa. Tuttavia, i paesi arabi non hanno risposto a queste pressioni, hanno solo inserito alcune riforme di facciata che non cambiano il contenuto del sistema autoritario. Anche i paesi che hanno permesso un maggiore pluralismo politico, come il Marocco, Kuwait e l'Egitto, hanno fatto affidamento su un vasto arsenale di strumenti giuridici, amministrativi e di sicurezza per limitare le libertà, i partiti politici, i media e le organizzazioni della società civile. L'omissione degli stati arabi circa l’adottare le riforme politiche ha portato a una vera e propria riluttanza dei cittadini a partecipare al processo politico, e quindi alla debolezza e inconsistenza dei partiti politici e delle organizzazioni della società civile.

   

Il risultato di questa chiusura politica verso chi è interessato alla cosa pubblica, in particolare tra la classe media istruita, porta a partecipare attraverso canali alternativi, in particolare tramite movimenti religiosi ed etnici e regionali, che vengono trasformati in attori politici importanti di fronte ai regimi autoritari nella maggior parte dei paesi arabi. Negli ultimi anni sono apparsi anche molti dei movimenti di protesta con una base politica, richieste al di fuori del quadro istituzionale e al di fuori della legittimità giuridica, il rifiuto a partecipare al sistema politico imposto dallo Stato per i suoi avversari, che hanno adottato il discorso e la strada del rifiuto del riformismo graduale, chiedendo il cambiamento totale attraverso la mobilitazione nelle strade per combattere contro la classe dirigente. Così come si sono concentrati sull’utilizzo del cyberspazio, e siti di social network per stabilire un movimento giovanile di protesta e diventare un importante motore per il cambiamento in molti paesi arabi. Di recente sono apparsi due principali tipi di cambiamento nella regione. Il primo tipo si basa sul successo dei movimenti di natura etnica, confessionale o religiosa nella sfida all'autorità dello stato centrale, da lei completamente separato, come nel caso del Sudan, o alla creazione di regioni autonome non soggette alla regola dello Stato centrale, come nel caso della Somalia, e il Libano , Iraq, Yemen e Palestina. Il secondo modello, si basa sul successo dei movimenti di protesta di natura orizzontale non centrale che riunisce gruppi di comunità e politiche diverse per rovesciare la classe dirigente attraverso la diffusa mobilitazione popolare. Abbiamo visto questo scenario di recente in Egitto e Tunisia, un esempio che si ripeterà in un certo numero di paesi arabi, tra cui il Marocco, l'Algeria, e forse alcuni stati del Golfo. Ci sembra che lo scenario di transizione graduale e organizzazione verso la democrazia, che molti analisti hanno sostenuto negli anni precedenti, non è più proponibile, e gli scenari di cambiamento attraverso la rivoluzione o la secessione vengono ora riproposti.

 

  Retrocessione dei fattori di integrazione nazionale

   

I paesi arabi hanno visto negli ultimi anni l'escalation di sub-identità a scapito delle identità nazionali, in particolare in quei paesi dove è elevato il grado di diversità etnica, religiosa e di appartenenza etnica. Le cause di questo fenomeno sono diverse, in primis il soffocamento decennale da parte dei regimi autoritari delle libertà culturali e religiose, e la privazione di diversi gruppi del diritto di esprimere liberamente la propria identità, cultura e ideologia, come nel caso degli Amazigh (i cosiddetti berberi) in Nord Africa, o, nel caso dei curdi e gli sciiti in Iraq. L élite al potere nel mondo arabo ha anche cercato di imporre l'identità culturale dei gruppi arabi sunniti agli altri, attraverso il sistema educativo e i media dominanti. Spesso le minoranze etniche e religiose del mondo arabo sono state vittime delle pratiche discriminatorie con effetti non solo sulla loro cultura, ma anche sulla situazione politica ed economica, come nel caso dei cristiani del Sudan meridionale, e degli sciiti in Iraq e nel Golfo e in Libano. Infine, la chiusura dei canali di partecipazione politica e il restringimento delle libertà politiche e civili hanno impedito che questi gruppi potessero esprimere le loro richieste in modi legittimi e legali. I fenomeni di discriminazione culturale, politica ed economica hanno spinto una serie di sub-identità in molti paesi arabi a rompere con la comunità nazionale, e a raccogliersi intorno alla loro identità specifica, con la tendenza a staccarsi dallo stato centrale, e la formazione di nuovi stati, come nel caso del Sudan, o di regioni autonome, come si è visto ora in Iraq. E ' probabile la diffusione di questo fenomeno in modo prevalente nel mondo arabo in generale nei prossimi anni, come può testimoniare la disintegrazione di un certo numero di Stati esistenti e la creazione di nuovi stati che riflettono le aspirazioni di gruppi e comunità che hanno sofferto l'emarginazione e l'esclusione per decenni.

   

ll crescente ruolo delle forze straniere e regionali

  Lo sviluppo recente che ha avuto notevoli effetti sulla stabilità dei regimi autoritari nel mondo arabo è legato al ruolo crescente di attori internazionali e regionali nella politica interna dei paesi della regione negli ultimi anni; l'intervento esterno non è una novità per la regione araba, ma è stato in periodi precedenti legato principalmente al consolidamento del sistema regionale istituito dalle potenze coloniali nella prima metà del XX secolo, dai regimi autoritari e con un sostegno leale verso l'Occidente. Ma negli ultimi anni si è verificato il sostegno internazionale e regionale alle forti iniziative di destabilizzazione dei regimi arabi autoritari della regione, in particolare quelli che hanno adottato posizioni contro gli Stati Uniti. La manifestazione concreta di questa tendenza si ritrova nel contesto dell’ intervento degli Stati Uniti in Somalia, nell’ l'occupazione americana in Iraq, nel sostenere le iniziative di secessione nel Sudan meridionale, nel cercare di isolare Hamas nella Striscia di Gaza e gli Hezbollah in Libano. Anche regimi 'moderati' sono stati oggetto di pressioni esterne sempre più crescenti dopo gli eventi dell’11 settembre, per la connessione causale tra assenza di libertà di introduzione di riforme politiche e di libertà politiche e civili e il fenomeno del terrorismo.

 

D'altro canto, il recente periodo ha visto un aumento di influenza delle nuove potenze regionali come l’Iran e la Turchia, che ha iniziato a incidere in modo significativo nel corso degli eventi nel mondo arabo. L'Iran, ha assunto la leadership del campo contrario alla politica-americana nella regione, e sostenuto sistemi e movimenti radicali, come il regime di Assad in Siria, Hezbollah in Libano e Hamas in Palestina, e la ribellione in Yemen, spingendo alcuni a parlare dell'inizio di una nuova guerra fredda nella regione tra il campo radicale guidato da Iran e Siria, e il campo moderato guidato da Egitto e Arabia Saudita e sostenuto dagli Stati Uniti d'America. La lotta tra il polo conservatore e il polo radicale viene rafforzata da due attori non nazionali come Hamas e Hezbollah in Libano e la ribellione in Yemen, e la loro capacità di sfidare l’autorità centrale e di stabilire gruppi organizzati e armati con un grado di autonomia molto elevato, portando alcuni ad accusarli di istituire uno stato nello Stato.

 

 

( Traduzione dall’arabo di Said Boutaga, collaboratore di "Democratici nel Mondo")

 

  

Riferimenti:

  

1) Mourad Medelci: 'Algeria non è la Tunisia, l'Algeria non è l'Egitto ':

   

http://www.tsa-algerie.com/ar/diplomacy/article_.3493html

 

 

Data di accesso: (17 febbraio 2011)

 

2) http://gate.ahram.org.eg/NewsContent/40881/70/13/

 

Data di accesso: (17 febbraio 2011)

 

3) Djavad Salehi-Isfahani and Navtej Dhillon، Stalled Youth Transitions in the Middle East: A Framework for Policy Reform، The Middle East Youth Initiative Work Paper، Number 8، October 2008.

 

4) Jalal Amin, come spieghiamo la rivoluzione tunisina?

 

http://www.shorouknews.com/Columns/Column.aspx

 

Vedere la data (21 febbraio 2011)

 

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