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Tu sei qui: Home Democratici Nel Mondo INTERNAZIONALE E' scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina. E l'Europa ?

E' scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina. E l'Europa ?

di Daniele Aglio. Da poche settimane Donald Trump si è insediato alla Casa Bianca ed è già una seria minaccia per gli equilibri precari dell’Unione Europea. Non mi riferisco tanto alle sue esternazioni contro la Commissione o altri leader politici, quanto ad un fatto molto più pericoloso: la guerra che sta soltanto iniziando tra Stati Uniti e Cina. Vi sono molteplici fattori che in questo anno si concretizzeranno e definiranno un nuovo equilibrio nel panorama del commercio internazionale (salvo altre spiacevoli conclusioni della guerra commerciale).
E' scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina. E l'Europa ?

Quale rapporto tra UE e Cina?

La Cina è membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) dal 2001. Da quella data, la Cina ha implementato varie riforme per creare una economia di mercato, ma già nel 2003 tali riforme si sono fermate e la Cina resta un’economia coordinata dal centro, con aiuti finanziari ai colossi statali e soprattutto politiche commerciali che non rispettano le regole dell’OMC, come le pratiche di dumping. Proprio per questi motivi, la sezione 15 del protocollo di entrata della Cina nell’OMC prevedeva che la Cina potesse essere trattata come una non market economy (NME) nei procedimenti antidumping se le aziende cinesi non fossero state in grado di provare che operavano in condizioni normali di mercato. Questo stato di economia non di mercato si prevedeva durasse proprio 15 anni, al termine del quale la Cina avrebbe potuto ottenere lo stato di economia di mercato. Ricordiamo che lo stato di NME è fondamentale nei procedimenti antidumping: consente di utilizzare metodi e strumenti diversi rispetto a quelli basati sulla struttura dei costi interni per misurare i margini di dumping, perché si presuppone che i costi interni siano artificialmente mantenuti bassi grazie al sussidio pubblico. Grazie a ciò, in questi 15 anni la Cina ha subito numerosi procedimenti antidumping: molti prodotti cinesi sono stati considerati a ragione fonte di dumping e quindi soggetti a dazi. Da dicembre dell’anno scorso, però, secondo l’interpretazione dell’accordo da parte dei cinesi, la Cina avrebbe diritto ad un automatico riconoscimento dello stato di economia di mercato. Ciò implicherebbe che le valutazioni antidumping si potrebbero basare esclusivamente sui costi interni dei prodotti cinesi. Inoltre, già altri Paesi hanno riconosciuto tale stato alla Cina, come il Brasile.

In Europa, la discussione è all’ordine del giorno nella Commissione per il commercio internazionale. Il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione non vincolante per la Commissione a maggio 2016, in cui i deputati affermano che fintanto che la Cina non avrà soddisfatto i cinque criteri stabiliti dall'UE per definire le economie di mercato, le sue esportazioni verso l'UE devono essere trattate con una metodologia "non standard". Tuttavia, l’Unione Europea sta lavorando per trovare un compromesso con la Cina: la Commissione ha sottolineato come il problema non sia lo status commerciale della Cina, quanto la creazione di un solido sistema di difesa per l’industria europea contro il dumping cinese e di altri Paesi, anche in presenza dello status di economia di mercato. Un chiaro accoglimento delle richieste cinesi. Infatti, con una proposta presentata lo scorso novembre, la Commissione si prefigge di modificare i metodi di calcolo delle tariffe anti-dumping focalizzandosi sulla difesa di determinati settori produttivi, prescindendo dalla Nazione esportatrice dei prodotti concorrenti. In questo modo la distinzione tra status di economia di mercato e status differente verrebbe superata. In tale contesto, il Governo italiano si è dichiarato contrario, dati gli elementi di aleatorietà della proposta, che implicherebbero una concessione di fatto dello status di economia di mercato alla Cina, senza che questa ne abbia davvero raggiunto i requisiti. Gli stessi deputati che hanno votato la risoluzione lo scorso maggio sono consapevoli dell’importanza del rapporto commerciale tra Europa e Cina, la quale ha rappresentato il secondo mercato di destinazione più importante delle esportazioni dell'UE-28 (9,5 % del totale UE-28). Vi è comunque la preoccupazione per le conseguenze di tale riconoscimento. I deputati hanno esortato la Commissione a tener conto dei timori espressi dall'industria europea, dai sindacati e da altri soggetti interessati, circa le possibili conseguenze per l'occupazione, l'ambiente e la crescita economica nell'UE. La sovraccapacità produttiva della Cina e le conseguenti esportazioni a prezzi ridotti stanno già avendo "pesanti conseguenze sociali, economiche e ambientali nell'UE", specialmente per quanto riguarda il settore siderurgico dell'UE.

Ora, nella discussione europea, si inserisce la nuova politica americana. Da sempre gli Usa hanno osteggiato il passaggio automatico della Cina allo status di economia di mercato. Con Trump, però, la discussione si sposta al di fuori della diplomazia dell’OMC.

La situazione è, o può diventare a breve, schizofrenica. Tra i primi provvedimenti adottati da Trump vi è l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo strategico transpacifico di cooperazione economica (TPP), nell’ottica di una politica sempre più isolazionista. Tale mossa, risulta essere un ulteriore colpo alla diplomazia commerciale internazionale. Prima, con Obama, la direzione seguita per risolvere i problemi con la Cina era la creazione di accordi multilaterali per ridurre le aleatorietà insite nei protocolli dell’OMC, come la definizione di impresa statale e sussidi pubblici, di manipolazione della valuta, di standard ambientali e sanitari, tutto con il fine di eliminare la concorrenza sleale. Ora, la velocità e la volontà di mostrarsi potenti, porta gli Usa a cercare lo scontro diretto. Uno strumento diplomatico nelle mani di Trump avrebbe potuto essere proprio il TPP: anche se non includeva la Cina tra i suoi membri, il TPP avrebbe potuto diventare un’ambizione per la Cina, in un mondo ancora retto da tali accordi commerciali per la spartizione dei mercati, e così la Cina avrebbe dovuto sottostare alle condizioni e agli standard inseriti in tali clausole. Purtroppo, Trump ha segnato la fine di tale dialettica. Invece, attualmente si attende se il Presidente americano manterrà la promessa fatta in campagna elettorale di imporre dazi del 45% sulle importazioni Cinesi, in pratica eliminando le imprese cinesi dal mercato americano. Una mossa puramente nazionalistica che avrà il solo risultato di colpire i consumatori americani, specialmente i più poveri, dato che questi ultimi spendono maggiormente il loro reddito in beni importati. Senza parlare dei danni alle imprese americane importatrici e al loro indotto. Inoltre, sono probabili immediate ritorsioni da parte della Cina, come è già accaduto nel 2009, quando la Cina cominciò ad importare pollo dal Sudamerica dopo che gli Usa avevano imposto alcune tariffe sulle importazioni cinesi. L’ironia è che in questa guerra commerciale la Cina soffrirà, ma non ne uscirà traumatizzata. Le imprese cinesi, infatti, sono molto meno dipendenti dai consumatori e importatori statunitensi di quanto non lo siano i corrispettivi americani. In una guerra commerciale ci sono sempre vincitori e vinti: la Cina può spostare le sue esportazioni verso il Sudamerica, beneficiando Stati come il Brasile (ed ecco la regione dei recenti accordi Cina-Brasile).

Il contesto globale è molto pericoloso. Le guerre commerciali, veri e propri strumenti di geopolitica, non di rado sfociano in guerre militari. Inoltre, il luogo consono per risolvere tali dispute, l’OMC, è sempre più sotto pressione e con scarse risorse. Ci troviamo quindi davanti ad uno scenario senza più un arbitro, in un vero e proprio braccio di ferro tra i due attori principali del commercio internazionale e in cui i singoli Stati fronteggiano la situazione in modo individuale. In aggiunta, alcune strategie proposte da Trump, tese ad escludere ancor di più la Cina, come un’intesa commerciale con Taiwan, rischiano di fomentare anche i nazionalismi cinesi.

In tale contesto, la discussione portata avanti a Bruxelles rischia di essere decisiva, sia per gli obiettivi che per i metodi scelti. L’Europa può, infatti, scegliere la strada di un accordo bilaterale con la Cina, così rendendo sostanzialmente fallita la missione dell’OMC, oppure può riaprire un dibattito in tale sede e risolvere le dispute aperte con la Cina nell’ambito di un nuovo accordo multilaterale. In questa seconda ipotesi, però, l’OMC dovrà ricevere nuove risorse o sarà posta ad una pressione tale da vanificare ogni sforzo diplomatico. Per quanto riguarda gli obiettivi, se la Ue intende commerciare con la Cina, potrà sfruttare l’isolazionismo americano per guadagnare quote maggiori del mercato cinese. Bisogna notare, comunque, che ormai stanno emergendo numerosi accordi bilaterali, che hanno sostituito di fatto l’OMC, nei confronti della Cina: i guadagni da un’apertura da parte dell’Europa potrebbero quindi essere molto minori rispetto alle aspettative, tralasciando il fatto che tali rincorse al mercato cinese aumenteranno le tensioni già presenti a livello globale. D’altra parte, le posizioni riportate sopra da parte della Commissione non sembrano la giusta risposta alle preoccupazioni riguardo l’apertura commerciale con la Cina. Esse, stando alle dichiarazioni di vari commissari europei, sono molto servili nei confronti della Cina (evidenziando solo il banale e miope desiderio di fare affari nel breve periodo). Infatti, se Trump alzerà i dazi e l’Europa permetterà alla Cina di commerciare con lo status (formale o nei fatti) di economia di mercato, ci si aspetta una forte ondata di esportazioni dalla Cina all’Europa, dato che lo sbocco americano verrà bloccato. In tale modo, i danni prospettati dalle parti sociali contro i lavoratori e le imprese concorrenti europee saranno ancor più pesanti. La concorrenza sleale dei cinesi sarebbe difficile da fermare: l’OMC, come detto, in caso di accordo bilaterale sarebbe inerme. Si finirebbe, dunque, ad una ulteriore guerra doganale da parte dell’Europa, con oscure prospettive per i rapporti tra le varie potenze mondiali.

Lo scenario è dunque tutt’altro che prospero. Le scelte dell’Unione Europea sono determinanti per l’evoluzione del panorama internazionale, per quali saranno i modi di trattare in futuro e quali saranno le nuove rotte commerciali. Usa e Cina sembrano aver deciso come agire, solo l’Europa deve fare la sua mossa. A nostro avviso, la strada che l’Europa dovrebbe percorrere è quella di ricucire le ferite che Trump sta infliggendo alla diplomazia commerciale: perciò un compromesso con la Cina va trovato, ma la sede dovrebbe essere l’OMC, così da ridarle un ruolo centrale e di pacificazione, che solo tale istituzione riesce ad avere. In tale sede, inoltre, l’Europa potrebbe ritrovare una posizione autorevole, in un contesto multilaterale. In caso contrario, sembra che la Ue non riesca ad affrontare un accordo bilaterale con le potenze emergenti da pari a pari. Infine, sarebbe da aggiungere che le guerre commerciali non dovrebbero mai giungere alla negazione dei diritti fondamentali del lavoro e della salute, ma ancora una volta solo una sede internazionale può portare avanti tale priorità.

 

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