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In Spagna le elezioni puniscono i partiti tradizionali

di Antonio Baylos, docente Università Castilla-La Mancha. Il Partito Popolare rimane il primo partito, ma ha perso 3,6 milioni di voti e anche sommando i suoi voti con quelli della nuova formazione Ciudadanos non arriva ad avere la maggioranza dei parlamentari. Mentre i partiti della sinistra hanno ottenuto complessivamente circa un milione di voti in più, con la significativa novità di Podemos.
In Spagna le elezioni puniscono i partiti tradizionali

la vera novità è Podemos

 

 

I risultati delle elezioni del 20 dicembre 2015 in Spagna  sono stati commentati con preoccupazione dai media. Il risultato delle elezioni ha liquidato il bipartitismo, e Mariano Rajoy è la vittima designata del risultato elettorale. E’ stata ribaltata  la tradizione basata sul bipartitismo con il sostegno intermittente dei partiti nazionalisti baschi e catalani. Pur rimanendo il primo partito, Il Partito Popolare, ha perso 3,6 milioni di voti e, anche con l’aggiunta dei voti di Ciudadanos, non raggiungerebbe la maggioranza necessaria (176 voti) per formare il governo.

I dati elettorali sono eloquenti nell’indicare il profondo cambiamento dello scenario politico spagnolo. Hanno votato più di venticinque milioni di spagnoli, vale a dire il 73 per cento dell'elettorato: 7,2 milioni sono andati al PP, 5,5 milioni al Partito socialista e poco meno di un milione, 922.000, a Izquierda Unida. In termini assoluti, il Partito Popolare è passato dal 45 per cento dei voti nelle elezioni del 2011 a circa il 28 per cento attuale, con la perdita di oltre un terzo dei seggi. Il risultato non stupisce se si considera che il PP ha fatto della corruzione il suo stile di governo, ed è sparito dal dibattito politico consapevole dell’immagine negativa del suo leader, impegnato ad attuare le politiche di austerità e i tagli al welfare dettati da Bruxelles con il conseguente degrado dei diritti democratici e delle condizioni di vita della maggioranza dei cittadini.

A sua volta, il PSOE – Partito socialista - ha perduto poco meno di un milione e mezzo di voti e 20 seggi, segnando il peggiore risultato elettorale della sua storia dall’inizio della democrazia nelle elezioni del 1977. Rimane, comunque, il primo partito della sinistra, ma la possibilità di una coalizione di sinistra non ha un sufficiente sostegno al suo interno. D’altra parte, la leadership di Pedro Sanchez è condizionata alla sua capacità di riportare il partito al governo, e il suo fallimento sarebbe destinato ad aprire una crisi nel partito con la sua probabile sostituzione.

Nella scena politica sono prepotentemente emersi due nuovi attori: Podemos e Ciudadanos. Il Partito di Albert Rivera ha ottenuto 40 seggi nel nuovo Parlamento, corrispondenti a tre milioni e mezzo di voti, il 14% del totale. Un risultato significativamente al di sotto delle aspettative alimentate dai sondaggi, che anche sulla base del forte sostegno dei media, gli assegnavano una percentuale compresa fra il 16 e il 18 per cento con un numero di rappresentanti compreso fra 54 e 58, sufficienti per la formazione di un governo di centrodestra. Il suo elettorato è radicato nel ceto medio urbano, critico nei confronti della corruzione e delle tendenze neo-franchiste che hanno connotato il Partito popolare. Peraltro, la sua sintonia con le politiche di austerità europee e la sua concezione unitaria dello Stato spagnolo lo collocano in un ambito conservatore, ma con un risultato elettorale che non consente la formazione di una maggioranza di governo in alleanza col PP.

Podemos, che ha consolidato con un successo superiore alle attese il risultato ottenuto nelle elezioni amministrative d’autunno, si è presentato con un’articolazione regionale che gli ha consentito di sommare i voti delle formazioni alleate – Sinistra Unita in Catalogna e Galizia, e Compromis a Valenza. Mentre in altre regioni, come l'Andalusia e Madrid, dove si è presentato da solo, la confluenza con Sinistra Unita avrebbe consentito un risultato decisamente più brillante. Nella somma totale dei voti, Podemos ha ottenuto 5.200.000 voti, pari a oltre il 20 per cento del totale. Il suo leader, Pablo Iglesias, ha posto al centro della piattaforma per un possibile governo di coalizione un insieme di misure fra le quali spiccano: il rafforzamento dei diritti e delle tutele dei cittadini in relazione alla casa, alla sanità e alla scuola; la riforma della legge elettorale; l’avvio di un processo di consultazioni su una nuova configurazione “plurinazionale” dello Stato, con particolare riferimento alla Catalogna, dove la coalizione En Comù/ Podem è risultata vincitrice.

Izquierda Unida ha ottenuto 922.000 voti, il livello raggiunto nelle elezioni del 2008, quando una parte dei suoi elettori tradizionali confluì sul Partito socialista per consentirne la vittoria sul PP. Ma ha perduto 750.000 voti rispetto alle elezioni del 2011; e i due seggi ottenuti a Madrid non gli consentono di formare un gruppo parlamentare, a meno di non raggiungere un accordo con ERC, il partito nazionalista catalano, per un “prestito” tecnico di deputati finalizzato a questo scopo. Sul risultato elettorale di IU ha indubbiamente inciso la presenza di Podemos, oltre alla penalizzazione in termini di seggi riconducibile al sistema elettorale che, essendo basato sui risultati ottenuti nelle singole circoscrizioni, senza recupero dei resti a livello nazionale, favorisce i partiti maggioritari.

In ogni caso, se Podemos avesse accettato la proposta di IU di una convergenza in tutte le circoscrizioni elettorali, i risultati sarebbero stati di gran lunga superiori dal punto di vista dei seggi in Parlamento, fino a ottenere in un quadro unitario, secondo una simulazione di EL Diario, 85 deputati. Così, quasi un milione di voti di IU sono andati dispersi vanificando la possibilità di una svolta politica e sociale.

I partiti catalani hanno realizzato un risultato limitato. ERC (Esquerra Republicana de Catalunya), che avrebbe dovuto essere un fenomeno elettorale in ascesa, ha deluso le attese, collocandosi a ridosso con Convergencia, Democracia y Libertad (DL) con 9 e 8 seggi, rispettivamente. E' improbabile, tuttavia, che entrambi possano sostenere un governo col PP. Mentre sarebbe possibile un accordo di ERC col Partito socialista e Podemos sulla base di una piattaforma che includa il referendum sull'indipendenza della Catalogna.

Nei Paesi Baschi, i partiti tradizionali – Bildu e PNV – hanno perduto terreno a favore di Podemos, ma PNV (Partito nazionalista basco) potrebbe dare il proprio sostegno a una coalizione PSOE-Podemos.

Il quadro è indubbiamente complicato. Non è corretto tuttavia dedurne che il risultato, in termini di rappresentanza parlamentare, corrisponda all’effettiva articolazione dei voti espressi dall’elettorato. L’ impasse è conseguente al sistema elettorale. La somma dei voti di PSOE, Podemos e Izquierda Unida raggiunge 11,637,624 voti contro i 10.708.821 voti del PP insieme con Ciudadanos. Lo schieramento di sinistra ha guadagnato quasi un milione di voti in più dello schieramento di destra. Se si aggiungono i voti dei partiti nazionalisti, che sono chiaramente in contrasto con le posizioni del PP, il divario cresce decisamente in relazione alla grande massa di elettori che si è schierata contro il passato governo di Mariano Rajoy.

Ora il compito di dare uno sbocco politico ai risultati elettorali passa nelle mani del Parlamento, e specificamente nella capacità di un incontro tra le forze che compongono il vasto arco politico che si colloca fra il centro e la sinistra. Lo schieramento conservatore, nonostante il vasto impegno di manipolazione mediatica, esce battuto dalle urne. E, per la prima volta, l’insieme delle forze che si collocano fra il centro e la sinistra conquista uno spazio importante per promuovere non solo un’effettiva alternativa di governo, ma anche per aprire uno spazio di dibattito e di elaborazione di un nuovo progetto politico.

Le prossime settimane ci diranno in quale direzione muoverà il nuovo assetto politico spagnolo e quali possano essere i suoi riflessi sulle politiche europee.

(Traduzione a cura di E.L.)

Antonio Baylos è Catedrático de Derecho del trabajo. Universidad de Castilla-la Mancha

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