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Emmanuel Macron ultima spiaggia per l'Europa?

Dopo aver vinto le primarie in Francia, Emmanuel Macron non è solo il nuovo argine contro il nazionalismo e le posizioni razziste di Marine Le Pen, ma potrebbe rappresentare una prima significativa inversione di rotta rispetto all'antieuropeismo montante in tutto il vecchio continente. L'unico candidato a parlare nei propri comizi con la bandiera dell'Unione europea accanto a quella francese. E quello che più importa, Emmanuel Macron è giovane, non è un europeista della vecchia guardia. Il suo europeismo guarda al futuro, alle sfide globali di un mondo in profonda trasformazione. Certo ha avuto coraggio e fortuna nel candidarsi e affermarsi grazie al vuoto politico lasciato per propri demeriti ed errori sia dal partito socialista del Presidente Hollande sia dal partito gollista di Fillon. Sarebbe sbagliato comunque parlare di ultima spiaggia. Dopo Brexit, meglio parlare di una nuova opportunità che si potrebbe aprire per riprendere la strada dell'integrazione politica dell 'Europa. Una strada difficilissima che negli ultimi anni ha perso enormi consensi nelle opinioni publiche dei 27 Stati della UE. Anche a causa delle politiche economiche neoliberiste e di austerità. Su questo terreno, in caso di vittoria, vedremo come il liberaldemocratico e centrista Macron riuscirà a conciliare mercato e giustizia sociale, superamento delle 35 ore e diritti sociali. Tuttavia questo non giustifica l'astensionismo di parte della sinistra francese. La posta in gioco è troppo alta per la Francia e per l'Europa. Il premier greco Tsipras l'ha ben capito e si è espresso a favore di Macron. Dunque, aspettiamo con ansia il voto delle presidenziali francesi del 7 maggio.
Emmanuel Macron ultima spiaggia per l'Europa?

Emmanuel Macron candidato alla Presidenza della Repubblica

Sono in molti a pensare che domenica 7 maggio, a Parigi, si deciderà il futuro dell'Unione europea. La Francia è un paese indispensabile per la Ue. Quest'ultima, senza la Francia, non potrebbe esistere. Una Francia anti-europeista lascerebbe la Germania in un vuoto politico. Con una Francia simile, la Germania perderebbe il principale alleato (e la principale ragione) per sostenere il progetto di integrazione. Ecco perché la scelta tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen ha assunto una valenza esistenziale per l'intero continente. Se Macron vincerà, la Ue potrà tirare un sospiro di sollievo.

Tuttavia, sarebbe bene non pensare che, con quella vittoria, la nottata sarà passata. Essa in realtà rimarrà fonda, sia per cause politiche che istituzionali. Sul piano politico, il primo turno delle elezioni presidenziali francesi ha confermato l'esistenza di un elettorato anti-europeista addirittura in crescita. Nelle elezioni presidenziali del 2002, che videro una competizione analoga a quella di domenica prossima, il candidato nazionalista Jean-Marie Le Pen (padre di Marine Le Pen) ottenne appena il 17,8 per cento dei voti.

Quindici anni dopo, Marine Le Pen è una candidata con serie possibilità di successo. E se anche perderà, perderà ottenendo almeno il doppio dei voti ricevuti dal padre quindici anni prima. Sommando la destra nazionalista e la sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, l'anti-europeismo ha conquistato (quasi) la metà dell'elettorato francese. Lo stesso vale per altri Paesi europei, come il nostro, in cui l'anti-europeismo dei 5 Stelle, della Lega e della destra nazionalista potrebbe condurre ad una quasi-maggioranza nel prossimo parlamento. Con l'eccezione della Germania, l'anti-europeismo è diffuso al nord come al sud della Ue, per non parlare dei Paesi dell'Est europeo.

In queste condizioni, accontentarsi che le forze europeiste abbiano vinto un'elezione in Austria e in Olanda, o che le vincano il 7 maggio in Francia, è del tutto ingiustificabile. Se la metà degli elettorati nazionali è (divenuta) anti-europeista, occorre domandarsi perché?La mia risposta è che in quella metà dell'elettorato ci sono certamente forze sociali e culturali che si riconoscono esclusivamente nello stato nazionale, tuttavia l'anti-europeismo di quell'elettorato è stato alimentato anche dagli insuccessi delle politiche perseguite dall'Ue negli anni delle crisi.

Nel sud dell’Europa, l’anti-europeismo è il risultato degli effetti sociali della crisi dell’euro e della incontrollata crisi migratoria. Nel nord, è stata la seconda crisi, più che la prima, a favorire l’anti-europeismo. In paesi come la Francia, si è aggiunta anche l’insicurezza generata dagli attacchi terroristici. A queste specifiche crisi, l’Ue ha risposto in modo debole e incerto. Con l’esito così di spingere, nel campo di coloro che sono contro l’Ue “per quello che è”, coloro che sono diventati anti-Ue “per quello che (non) ha fatto o ha fatto male”. Certamente, la sfida anti-europeista va affrontata senza incertezze. Ciò però non basta. Occorre far fare un salto in avanti al processo di integrazione, federalizzando le politiche della sicurezza, migratoria e fiscale. Solamente così sarà possibile sottrarre all’anti-europeismo coloro che lo sostengono perché penalizzati da politiche europee incerte quando non sbagliate.

Le elezioni francesi tengono l’Europa con il fiato sospeso anche per ragioni istituzionali. Cosa succederebbe, sul piano delle decisioni europee, se Marine Le Pen venisse eletta presidente della Francia domenica prossima? E se ieri Geert Wilders fosse stato nominato primo ministro olandese? E se domani Luigi Di Maio diventasse presidente del Consiglio dei Ministri italiano? Succederebbe che tutti loro entrerebbero nel Consiglio europeo dei capi di governo degli stati membri dell’Ue, ovvero nell’organismo che rappresenta la volontà politica di quest’ultima. Per di più, in quell’organismo si troverebbero in buona compagnia, dato che già ora esiste un gruppo consistente di primi ministri (come Viktor Orban e Beata Szydlo) che criticano e sfidano l’Ue (di cui peraltro sono beneficiari netti). E cosa succederebbe se il Consiglio europeo avesse una maggioranza di capi di governo anti-europeisti? È sorprendente che questa domanda non venga posta, ora che è ancora possibile porsela. Con il Trattato di Lisbona del 2009, il Consiglio europeo è diventato l’esecutivo politico (collegiale) dell’Ue, in particolare nei settori di policy tradizionalmente al cuore della sovranità nazionale (come la politica di difesa e di sicurezza, la politica dell’ordine interno, la politica fiscale). Tuttavia il Consiglio europeo è un’istituzione auto-referenziale, in quanto non ha alcun bilanciamento istituzionale (in particolare dal Parlamento europeo). Quest’ultimo potrà essere “informato” circa le decisioni prese dal Consiglio europeo, ma non dispone di alcun potere di sanzione nei loro confronti. La Commissione e il suo presidente (che partecipa alle riunioni del Consiglio europeo) dovranno quindi supervisionare l’applicazione, volontaria, di quelle decisioni da parte degli stati membri. Sembra di essere ritornati alla monarchia assoluta (seppure collegiale), la quale informava gli stati generali sulle sue intenzioni, ma questi ultimi avevano solamente il potere di “ascoltare”, eventualmente domandare, ma non di approvare. Non pochi capi di governo sostengono che essi, dopo tutto, sono responsabili verso i loro parlamenti nazionali, dimenticando però di aggiungere che, quando decidono a Bruxelles, lo fanno come un organo collegiale e non già come una somma di individui. Occorrerebbe che 27 parlamenti nazionali (e le migliaia e migliaia di membri che li costituiscono) si riunissero insieme regolarmente per controllare il Consiglio europeo. Una possibilità impossibile. L’esito è un Consiglio europeo privo di bilanciamenti esterni, ma con idiosincrasie nazionali all’interno. Come si possono mettere al riparo le decisioni europee da quelle idiosingìcrasie? Una opzione è trasferire tutto il potere decisionale nella Commissione, facendo del Consiglio europeo la camera legislativa più alta di rappresentanza degli stati. Ma accetterebbero, i capi dei governi nazionali, il loro declassamento? Una seconda opzione è eleggere direttamente il presidente del Consiglio europeo. Ma è compatibile l’elezione diretta con un’unione asimmetrica di stati, così da favorire gli stati più popolosi a danno di quelli più piccoli? Come si vede, non ci sono soluzioni facili, ma il problema va affrontato. Tuttavia, molti europeisti pensano che, in presenza di un anti-europeismo diffuso, sarebbe pericoloso avviare riforme per promuovere politiche più efficaci e per proteggere il processo decisionale europeo dalle turbolenze della politica nazionale. Lasciamo le cose come stanno, dicono. Eppure, anche se Macron vincesse e l’asse franco-tedesco venisse rilanciato, la notte in cui si trova l’Ue rimarrebbe fonda. Per questo motivo, la sfida dell’anti-europeismo andrebbe affrontata prima che esso diventi maggioritario. Per farlo occorre però avere una visione coraggiosa del futuro dell’Europa da cui derivare politiche innovative e istituzioni originali con cui ridimensionare, di quell’anti-europeismo, la forza elettorale e l’impatto sovranazionale.

oba-icon-vecto-smallArticolo di Sergio Fabbrini

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Editoriale

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