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Con il Referendum la Catalogna forza sulla strada dell'indipendenza

Marco Pezzoni. Il 1 ottobre 2017 il Governo della Catalogna è riuscito a organizzare il proprio referendum unilaterale per l'indipendenza, inseguito da anni, mai concesso dal Parlamento e dal Governo spagnolo. La maggioranza trasversale indipendentista che governa legittimamente la Catalogna ha concordato e votato con proprie leggi un percorso di "disconnessione" dalla Spagna. Ma questo percorso è legittimo ? Secondo il primo Ministro spagnolo Rajoy e secondo la Corte Costituzionale no. Si apre adesso un braccio di ferro dagli esiti molto incerti. Di seguito una mia intervista pubblicata dal settimanale cremonese " Il Piccolo".
Con il Referendum la Catalogna forza sulla strada dell'indipendenza

Per l'indipendenza ha potuto votare il 42%degli aventi diritto

Sulla vicenda catalana, e in generale sulla voglia di autonomia locale che si estende un po' a tutta l'Europa, abbiamo sentito il parere di Marco Pezzoni, del Movimento Federalista Europeo.

Partiamo da qui: esiste un diritto alla secessione? Chi la chiede si appella al diritto all'autodeterminazione dei popoli, antica bandiera delle rivoluzioni più rilevanti, da quella americana a quella francese. Un diritto più volte riconosciuto dall'Onu, anche se in passato legato a vicende coloniali. Oggi è stato circoscritto a precisi limiti, disegnati però dalla Corte Suprema del Canada, chiamata a legittimare o meno la richiesta di indipendenza del Québec. Resta un concetto assoluto? In fondo l'Onu non l'ha mai limitato, e il nome stesso parla di auto-determinazione. Lo stesso Onu che ha invitato la Spagna al rispetto dei diritti costituzionali come risposta al referendum.

“Nel Diritto internazionale, anche quello più recente, “diritto alla secessione “ e “diritto all'autodeterminazione” non sono la stessa cosa. Anzi. La Comunità internazionale, prima la Società delle Nazioni e poi l'ONU, arrivati al dunque hanno sempre ribadito e garantito o tentato di garantire il diritto all' autodeterminazione dei popoli ma imbrigliato se non disconosciuto il diritto alla secessione. Come? Sottoponendo il diritto alla secessione a principi giuridici piu' importanti quali l'integrità territoriale dello Stato nazionale e dunque il consenso delle altre parti confinanti con il territorio che aspira all'indipendenza. Per questo la Scozia ha potuto celebrare il proprio referendum dopo averlo concordato con Parlamento e Governo della Gran Bretagna e, adesso, dopo Brexit, torna alla carica chiedendone un secondo, avendo perso il primo. La Catalogna ha promosso invece il proprio referendum in modo unilaterale, senza concordarlo con il Parlamento spagnolo. Per questo la Corte costituzionale della Spagna può definirlo illegittimo sia alla luce della Costituzione spagnola sia alla luce del Diritto internazionale che privilegia la integrità degli Stati rispetto alla volontà dei popoli che si sentono minoranze in quegli Stati. Parlamento e Governo della Catalogna hanno ovviamente delle buone ragioni dalla loro parte ma sono ragioni politiche, storiche, culturali, sociali ed economiche che alcune teorie più recenti del dibattito internazionale sulle secessioni appoggiano e approvano: per queste teorie politiche la secessione è una questione di scelta, non semplicemente una risposta alle ingiustizie subite come nel caso dei processi di decolonizzazione. Peccato che queste teorie politiche non abbiano sfondato nel Diritto internazionale come del resto ribadisce la sentenza della Corte Suprema del Canada da te oportunamente richiamata. La Corte canadese ha bocciato la posizione del Quebec della secessione come “choice”, scelta democratica unilaterale, ribadendo che una federazione possa o addirittura debba “tollerare” la secessione nei casi in cui la richiesta sia sostenuta da una chiara maggioranza in una determinata area amministrativa, ma non riconosce né un obbligo morale né un obbligo giuridico dello Stato federale ad accettare una dichiarazione unilaterale di secessione.”

Entriamo nalla vicenda della Catalogna. Prevede che il governo si avvarrà dell'articolo 155 esautorando in pratica il Governo di Barcelona? E in quel caso vede il rischio di una escalation violenta?

“Mi pare che ci abbia già pensato la Corte Costituzionale spagnola a sospendere la riunione del Parlamento catalano previsto per lunedì prossimo. Per ora agisce la Corte perchè si vuole dimostare al mondo, all'ONU e all'Unione Europea, che la Spagna sta rispettando e applicando la propria Costituzione. Insomma si è aperta una partita in cui i due attori in conflitto per ora cercano di fare punti a proprio vantaggio in vista di un negoziato che è l'unica alternativa al rischio di una escalation violenta. La Generalitat catalana ha segnato alcuni punti importanti: è riuscita a organizzare un referendum malgrado l'intervento repressivo della Guardia civil spagnola. Ha portato a votare il 42% della popolazione in quelle circostanze. Ha mobilitato migliaia di giovani che negli scontri con la Guardia civil hanno rafforzato i propri ideali indipendentisti e catturato vaste simpatie nell'opinione pubblica internazionale. Puigdemont chiede adesso intelligentemente un arbitrato internazionale che difficilmente potrà avvenire, ma che su pressioni europee e internazionali si può trasformare in negoziato interno tra governo spagnolo e Governo catalano. Per questo Rajoy farebbe bene a non esautorare la Generalitat, se vuole avere una autorità catalana riconosciuta democraticamente dal popolo con cui negoziare.”

Anche questo caso dimostra che le forzature (Franco come Tito e altri) anche a lungo termine provocano una reazione contraria. Vedere la polizia schierata per impedire alla gente di votare fa sempre impressione. Esiste il rischio che abbia portato fieno nella cascina dell'indipendentismo. Se i britannici si fossero opposti al referendum scozzese, forse avrebbe vinto il sì.

“Non c'è dubbio che ricorrere alla repressione significa oggi più di ieri portare fieno alle ragioni dell'indipendentismo. L'uso della forza militare di Milosevic contro il Kosovo ha giustificato e favorito l'indipendenza del Kosovo, trasformato i guerriglieri kosovari da terroristi in partigiani, permesso agli Stati Uniti e ai suoi alleati di intervenire rovesciando i rapporti di forza in quell'area. Segnalo che la Corte Suprema del Canada si è avvalsa delle conclusioni della Commissione Badinter chiamata a giustificare la legittimità delle nuove Repubbliche nate dalla scomposizione della Jugoslavia.”

Quanto ha pesato il passo indietro di Madrid che dopo aver concesso ampia autonomia nel 2006, con lo statuto approvato a Madrid e a Barcelona, la rinnegò attraverso la sentenza della Corte Costituzionale nel 2010?

“Moltissimo. Il socialista Zapatero, allora Primo Ministro spagnolo, concordò con il Governo catalano uno “Statuto di autonomia” simile a quello concesso ai Paesi Baschi e approvato da 2/3 degli elettori catalani con un apposito referendum. Arrivato al potere Rajoy ha impugnato lo Statuto di autonomia presso la Corte Costituzionale, rafforzata nel frattempo da membri più conservatori, che ne ha stroncato gli articoli più federalisti.”

La Chiesa sinora ha fatto solo un generico appello al dialogo, sgradito nella capitale perché pone i belligeranti sullo stesso livello. Può avere un ruolo fondamentale per mediare?

“La Chiesa cattolica conosce bene la storia della Spagna e il Diritto internazionale. Conosce le dinamiche popolari che possono essere imbrigliate fino ad un certo punto. Sa che ci sono cattolici sia in un fronte che nell'altro. Più che mediare, può usare la sua influenza per spingere le parti a negoziare ed evitare il ricorso alla forza.”

In caso di indipendenza, la Catalogna può aspettarsi un terreno accidentato in Europa a causa del timore di un proliferare di cause nazionalistiche negli altri Stati? E' per questo che l'Europa sin qui è apparsa titubante?

“Si calcola che nel mondo ci siano almeno 200 minoranze etnico-linguistiche che aspirano a diventare Stato. Una decina in Europa. Questi popoli, in minoranza nei loro Stati, si possono definire nazioni? Perchè solo popoli che rappresentano una nazionalità potrebbero aspirare al diritto di secessione che, come ho detto, è considerato dalle istituzioni internazionali “l'ultimo diritto”, cui ricorrere in casi estremi. Non solo l'Unione europea è prudente, lo è la Comunità internazionale perchè sono ancora gli Stati ad avere un ruolo preminenete e prevalente, anche rispetto ai propri popoli.”

L'assenza di una politica comune europea e di regole condivise sembra favorire le disaggregazioni: per esempio se vedo l'Austria che può fare i suoi muri per limitare l'immigrazione, posso pensare di farlo anch'io “a casa mia”, naturalmente sempre sotto il comodo ombrello europeo.

“L'Unione europea è ancora fatta da Stati nazionali sovrani che non vogliono trasferire parti importanti della loro sovranità né in alto, verso la possibile e auspicabile Federazione europea, né in basso verso le Regioni. Il livello intergovernativo dell'Unione europea è più forte del livello comunitario e agisce nel Consiglio Europeo, fatto dai ministri dei Governi dei 27 Stati nazionali, in grado di orientare a monte la Commissione europea e a valle bocciare le iniziative di legge più avanzate del Parlamento europeo. Non parlerei dunque di ombrello europeo, ma di furbizie ed egoismi nazionali che usano l'Europa a proprio comodo.”

I confini nazionali in passato erano decisi dalle guerre, prima da parte dei sovrani poi degli stati, ed era in fondo semplice. Oggi, in tempi di democrazia, come si conciliano le Costituzioni con il diritto all’autodeterminazione? Hanno ancora senso i vecchi stati nazionali in un'Europa dei popoli?

“Con la globalizzazione gli Stati nazionali stanno perdendo potere e sono in metamorfosi. Dovrebbero costitursi in grandi aggregazioni federali e contemporaneamente articolarsi in forti autonomie regionali e locali, proprio secondo il principio di autodeterminazione dei popoli che, però, in termini giuridici significa decidere democraticamente chi ti rappresenta e chi ti governa e, al limite, la forma di governo. Mentre il principio di secessione comporta un'altra cosa: decidere con chi vuoi vivere e condividere un determinato territorio. In Catalogna il tentativo interessante è collegare strettamente questi due principi e non solo creare un proprio Stato indipendente che rimanga nell'Unione europea ma che da monarchico divenga Repubblica.”

In Veneto e Lombardia a breve avremo un referendum, qui perfettamente costituzionale, che chiede maggiore autonomia. Al di là del giudizio politico sulla consultazione, vede qualche pericolo, ad esempio nel richiamo non più a una Padania senza radici, ma al Lombardo-Veneto?

“In una fase di grande trasformazione europea e internazionale aumentano sia i rischi che le opportunità, dipende dalla capacità della politica di innescare processi regressivi o soluzioni più avanzate. La soluzione più avanzata sarebbe quella di costituire gli Stati Uniti d'Europa, ma le paure globali emergenti possono essere utilizzate per giustificare società chiuse e la nascita di “piccole patrie”. L'antropologia e la sociologia più recenti ci stanno dicendo che l'invenzione di identità e di miti è un'attitudine continuamente risorgente e che la forza simbolica di questi miti identitari può mobilitare, rassicurare o ingannare milioni di cittadini.”

Sergio Romano sul fondo del Corriere di giovedì scrive che in passato a muovere le masse erano le ideologie, oggi la gente è mobilitata dai tanti malcontenti. E' d'accordo con l'analisi?

“Non del tutto. Malcontenti e insoddisfazione. Non c' è dubbio che in Italia, in Europa e negli Stati Uniti il malcontento sia un motore decisivo nel favorire il voto di protesta. Non c'è dubbio che la spinta delle ideologie del '900 si è spenta. Ma altre narrazioni ne hanno preso il posto e non andrebbero messe nel calderone unico del populismo. La supremazia del mercato rispetto alla politica è o non è una visione oggi dominante in tutto l'Occidente? Il risveglio delle religioni in chiave politica, dall'induismo all'Islam, è una novità rispetto alla secolarizzazione del secolo scorso? La democrazia come l'abbiamo pensata e organizzata negli ultimi 200 anni non va rigenerata con un pensiero nuovo che faccia pesare i popoli più degli Stati e sappia governare il passaggio da identità omogenee al cosmopolitismo? La ricerca è aperta.”

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Editoriale

Referendum Lombardia tra crisi dello Stato e derive centrifughe, tra muscoli e furbizie politiche

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