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SERBIA, KOSOVO E L’ASTERISCO DELLA DISCORDIA

Le recenti tensioni nel nord del Kosovo ci ricordano che, nell’Europa apparentemente pacificata degli anni ‘10 esiste ancora un conflitto, strisciante e soffocato, ma pur sempre vivo. Un conflitto che sta esaurendo le energie nervose dei contendenti e che non sembra vicino ad una soluzione, almeno per quanto riguarda il futuro prossimo. Ripercorriamo brevemente l’evoluzione della questione kosovara dal 1999 ad oggi per capire i recenti avvenimenti.
SERBIA, KOSOVO E L’ASTERISCO DELLA DISCORDIA

Il primo ministro del Kosovo, Hashim Thaçi

Attorno alla questione del Kosovo si sprecano ormai da anni le energie dei diplomatici di mezzo mondo, le risorse dell’Unione Europea, i pareri di importanti giuristi e l’inchiostro di penne più o meno autorevoli. E pensare che a fine febbraio si è creduto di essere davanti ad un giorno storico per la risoluzione dell’annosa questione, che impegna NATO, ONU e UE da almeno una decina d’anni. La delegazione serba e quella kosovara, riunite grazie allo sforzo diplomatico europeo, sono giunte a un compromesso per quanto concerne la denominazione di cui l’auto-proclamata Repubblica del Kosovo godrà nei consessi regionali e, di conseguenza, in quelli internazionali. Sarà “Kosovo*” dove l’asterisco rimanderà ad una nota a piè pagina in cui si ricorda la Risoluzione ONU 1244 del 1999, la risoluzione più discussa e controversa della storia delle Nazioni Unite.

Per capire la risoluzione bisogna necessariamente far riferimento al momento storico in cui fu approvata: era il 10 giugno 1999 e gli ultimi fuochi delle bombe NATO cadute sull’allora Repubblica Federale di Jugoslavia si erano appena spenti. L’intervento dell’alleanza atlantica avvenne senza un mandato da parte delle Nazioni Unite, dato anche l’empasse creatosi in seno al Consiglio di Sicurezza. Fu così che l’ONU, come nel 2003 per l’Iraq, si trovò a esprimersi a guerra terminata (e, verrebbe da aggiungere, a disastro compiuto), trovandosi nella difficile situazione di dover salvaguardare l’integrità dei confini e, allo stesso tempo, di fotografare i rapporti di forza sul campo. Nel suo enunciato sibillino la Risoluzione (passata con la polemica astensione della Cina, la cui ambasciata belgradese fu bombardata in circostanze ancora da chiarire) faceva riferimento al principio di sovranità nazionale e di integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia, che di lì a pochi anni sarebbe divenuta Repubblica di Serbia, e, contemporaneamente, sottolineava la necessità di una maggiore autonomia per la regione kosovara. Questa fu posta sotto amministrazione controllata da parte della missione ONU denominata UNMIK, che fungeva sostanzialmente da governo locale, creando una situazione paradossale che ha frenato lo sviluppo economico di una delle aree più povere d’Europa.

In aggiunta si chiedeva ai guerriglieri dell’UCK (Esercito di Liberazione del Kosovo) di deporre le armi, in contemporanea con il ritiro dell’esercito jugoslavo dai territori di Pristina. La smilitarizzazione avvenne a singhiozzo, tant’è che nel marzo 2004 gli indipendentisti kosovari lanciarono un attacco su larga scala contro la presenza serba nella Provincia: a farne le spese furono interi villaggi-enclave e alcuni tra gli edifici religiosi più cari all’ortodossia serba. Si creò di fatto un’ampia zona etnicamente albanese, mentre solo tre province al nord del paese rimasero serbe.

Nel 2007 poi, sempre sotto l’egida della risoluzione 1244, l’Inviato Speciale ONU, il finlandese Martti Ahtisaari, presentò il proprio piano per il futuro della provincia: esso, pur non facendo mai riferimento a una futura indipendenza, prevedeva una serie di riforme e provvedimenti che implicitamente avrebbero preparato il Kosovo ad ottenere una propria statualità distinta da Belgrado. Il piano fu ovviamente respinto dalla Serbia e i negoziati naufragarono in un nulla di fatto: a quel punto il neo-eletto primo ministro kosovaro Hashim Thaçi decise di forzare la situazione e dichiarò, come già ampiamente anticipato, l’indipendenza il 17 febbraio 2008. Il giorno prima l’Unione Europea aveva ufficializzato l’inizio di una propria missione denominata EULEX, tuttora in essere, che ha come principale compito l’affermazione dello Stato di Diritto in Kosovo: sostanzialmente la UE ha stabilito un protettorato sulla provincia indipendentista, al fine di preparare il governo di Pristina a camminare con le proprie gambe. EULEX è andata a sostituirsi alla missione ONU e la sua presenza ha creato gravi tensioni da entrambe le parti: nel 2009 gli indipendentisti albanesi di “Vetëvendosja” hanno attaccato alcuni mezzi UE, mentre nel nord serbo provocazioni e incomprensioni reciproche continuano senza interruzione da quasi un anno. Infine, nel 2010, a complicare ulteriormente il quadro della situazione si è aggiunto il parere giuridico della Corte Internazionale di Giustizia che, sollecitata dalla Serbia, ha sancito la non-violazione del diritto internazionale da parte delle autorità kosovare in merito alla loro dichiarazione d’indipendenza; contemporaneamente, con un bizantinismo d’altri tempi, ha però ribadito la validità della 1244 (che tutela la sovranità di Belgrado) e ha escluso dalle proprie competenze il poter giudicare nel merito la questione dell’indipendenza.

Veniamo così all’attualità: al momento dell’accordo circa il nome ufficiale da assegnare alle autorità di Pristina, che fino ad allora dovevano essere accompagnate da un rappresentante di UNMIK, entrambe le parti hanno esultato e gridato alla vittoria a discapito degli avversari. I kosovari possono finalmente fregiarsi del nome “Kosovo” e partecipare in autonomia ai meeting internazionali; i serbi hanno dimostrato, grazie ad un asterisco, la mancata rinuncia alla propria sovranità sulla sacra terra di Kosovo i Metohija. Tutti contenti e felici? Al contrario: il riferimento alla risoluzione 1244 alimenta la confusione e, a ben vedere, l’unico esito davvero positivo di tale accordo è la possibilità per Belgrado e Pristina di poter dialogare su alcune questioni di primaria importanza per lo sviluppo economico del territorio kosovaro e per la cooperazione regionale.

Ciò nonostante il nodo principale della questione è lungi dall’essere risolto: il Kosovo pecca comunque di una vera e propria soggettività internazionale, considerando che il governo del territorio è esercitato dalle “balie” internazionali (UE con EULEX, NATO con KFOR, ONU con UNMIK) e tutte queste sigle altro non fanno che rafforzare l’idea di un non-Stato, che Belgrado può far valere per giustificare le proprie rivendicazioni.

 

Emanuele Giovenali

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