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Scontri inter-etnici in FYROM: la polveriera balcanica è pronta a riesplodere?

Dopo il conflitto del 2001, la Ex-Repubblica Jugoslava di Macedonia sembra essere in balia di nuovi scontri etnici tra la minoranza albanese e la maggioranza macedone. La situazione rischia di degenerare, mentre l'Europa rimane alla finestra.
Scontri inter-etnici in FYROM: la polveriera balcanica è pronta a riesplodere?

Il primo ministro macedone, Nikola Gruevski

A 11 anni dagli Accordi di Ohrid, la situazione in FYROM (Ex-Repubblica Yugoslava di Macedonia) sembra sul punto di degenerare: da fine gennaio ad oggi l’apparente calma interna è scossa da scontri tra la maggioranza macedone e la minoranza albanese, che, forte dei suoi 2 milioni di abitanti concentrati nel nord-ovest del paese, costituisce circa un quarto della popolazione della Repubblica balcanica. E il tutto per colpa di una “carnevalata”.

Le tensioni latenti nella società macedone, infatti, sono tornate alla superficie quando, a metà gennaio, una maschera del Carnevale di Vevcani ha ridicolizzato i rituali della preghiera islamica. O almeno così sostiene la comunità islamica (composta perlopiù da albanesi), che ha dato vita ad una serie di proteste in vari centri del Paese: il richiamo ad Allah ha fatto gridare da più parti al pericolo dell’integralismo islamico, mentre il rogo di bandiere macedoni ha generato il rogo di bandiere albanesi in una spirale di provocazioni reciproche. Nel caos del post-carnevale i politici macedoni si sono scambiati dure accuse, che non hanno fatto altro che aumentare le tensioni: proprio nel momento in cui il governo nazionale, guidato da una coalizione tra il partito macedone VRMO e quello albanese DUI (Unione Democratica per l’Integrazione), avrebbe dovuto dare segnali distensivi alla popolazione.

Fortunatamente, dopo lo sbandamento iniziale, i leader politici e religiosi sono riusciti a calmare la situazione almeno fino a fine febbraio, quando, in una non ancor meglio precisata successione di eventi, un poliziotto fuori servizio ha ucciso a colpi di pistola due giovani albanesi a Gostivar, nell’ovest del paese. La minoranza albanese ha subito individuato il movente etnico e la violenza è riesplosa: nelle ultime settimane numerosi casi di aggressioni da ambo le parti sono state registrate a Tetovo e nella capitale Skopje, inducendo la polizia a effettuare una trentina di arresti.

A questo punto gli allarmisti potrebbero leggere tra le righe delle recenti violenze la riedizione della guerra civile del 2001: all’epoca la minoranza albanese, complice l’instabilità degli stati confinanti, si organizzò in un movimento insurrezionale (NLA - Esercito di Liberazione Nazionale) e lanciò una serie di attacchi contro il governo centrale. Il conflitto che ne scaturì vide un numero di vittime lontano dalla tragicità dei conflitti nella regione di quegli anni (anche grazie all’intervento occidentale), ma lasciò un segno profondo nella società macedone. Gli Accordi di Ohrid dello stesso anno garantirono una maggior tutela della minoranza albanese, riconoscendo la co-ufficialità della lingua e assicurando una maggior rappresentanza nelle istituzioni governative, nelle forze di polizia e nell’esercito.

La situazione attuale, quindi, non è paragonabile ad allora, anche grazie alla relativa pace instauratasi nella regione, ma le violenze sono sintomo di una tensione montante, esacerbata da un lento sviluppo economico. Più in generale i recenti fatti macedoni sono lo specchio di una regione d’Europa che sta cercando ancora di scrollarsi di dosso le guerre di pochi anni fa, ma che richiede una sponda importante a livello internazionale su cui fare affidamento sia per mediare i conflitti reciproci, sia, soprattutto, per rilanciare le proprie economie e garantire migliori condizioni di vita alle proprie popolazioni.

In tutto questo, infatti, la comunità internazionale si è limitata ai classici comunicati che invitano alla calma e auspicano un pronto intervento delle autorità centrali. Un importante segnale è, però, giunto dall’Unione Europea, che, per bocca del Commissario all’Allargamento Štefan Füle, ha ribadito la volontà di procedere con le discussioni con la FYROM per l’ingresso nella UE. Già questa settimana Füle e il primo ministro macedone Nikola Gruevski si incontreranno per discutere alcune riforme necessarie alla Macedonia per poter aspirare all’Europa, nonostante non si possa ancora parlare di negoziazioni ufficiali. L’ostacolo che Skopje ha davanti nel suo cammino verso Bruxelles è rappresentato dalla Grecia, che teme velleità nazionalistiche dei macedoni verso i propri territori settentrionali; l’ostacolo non è di poco conto dato che la FYROM è candidata ufficiale dal dicembre 2005 e negli ultimi sei anni pochi passi in avanti sono stati fatti in tal senso, lasciando qualche dubbio circa la volontà europea di integrare il sud-est del continente.

Certo è che la prospettiva europea si è dimostrata l’elemento di peace-keeping più efficace nella regione, come recentemente dimostrato nella disputa Serbia-Kosovo: la certezza di un futuro economicamente migliore all’interno di una grande struttura sovra-nazionale come l’Unione Europea è l’unico collante che può tenere insieme la Penisola Balcanica. Dando per scontato che nessuno in Europa, e nel Mondo, voglia rivivere i terribili anni ‘90, Bruxelles e i vari Stati Membri devono operare ogni sforzo possibile per modernizzare le strutture economiche ed amministrative dei vari paesi della regione e prepararli così, in un futuro non troppo lontano, all’ingresso in Unione Europea.

D’altronde il momento di pace più duraturo nella storia dei Balcani Occidentali si è avuto con la Jugoslavia di Tito, e cos’era la SFRJ (Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija) se non un’Unione Europea in miniatura?

 

Emanuele Giovenali

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