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IN NORD KOSOVO E’ IN GIOCO IL FUTURO DEI BALCANI?

A poco più di un mese dalle elezioni in Serbia, tiene banco la questione del Nord Kosovo, abitato perlopiù da serbi ma all’interno dei confini dell’autoproclamata Repubblica del Kosovo. Il modo in cui sarà risolta la questione dell’enclave serba rischia di influire pesantemente sui delicati equilibri regionali.
IN NORD KOSOVO E’ IN GIOCO IL FUTURO DEI BALCANI?

Il NEWBORN Obelisk in occasione della dichiarazione di indipendenza del Kosovo

Il 15 febbraio scorso il 99,74% della popolazione del Kosovo settentrionale ha votato “NO” al quesito “Riconoscete le istituzioni della cosiddetta Repubblica di Kosovo?”. Il referendum dall’esito scontato non è stato incoraggiato da Belgrado e non ha valore legale, ma ha comunque dimostrato un fatto incontrovertibile: la comunità serba del Nord Kosovo è unita e determinata nel rifiutare qualsiasi ipotesi di annessione, formale e sostanziale, con il governo di Pristina. La consultazione è l’ultimo atto in ordine di tempo di un periodo di tensioni nelle tre provincie serbe: il 25 luglio 2011 Thaçi, senza consultarsi con i rappresentanti internazionali, ordina alle sue forze speciali di prendere possesso di due posti di frontiera in territorio serbo, la popolazione insorge, un poliziotto kosovaro muore e le truppe della KFOR sono costrette a intervenire contro gli stessi serbi, che si vedono negare dalla NATO l’accesso agli ospedali della Serbia centrale. Il blocco è durato poco meno di una settimana, ma tanto è bastato a incendiare gli animi. Da lì è partita una spirale di ritorsioni tra Pristina e Belgrado, a suon di blocco delle importazioni e scaramucce diplomatiche: una spirale solo parzialmente sbloccata dall’accordo circa il nome di cui le autorità di Pristina potranno fregiarsi in sede internazionale. Il referendum prima e la possibilità, ritrattata anche a causa delle forti pressioni europee, di svolgere le elezioni serbe anche nel Nord Kosovo poi hanno ricordato agli osservatori internazionali che la crisi da quelle parti è lungi dall’essere risolta e che servirà ben più di un semplice tavolo negoziale per regolare la questione.

Sin dal 2008, per esempio, alcuni commentatori hanno avanzato la possibilità che la Serbia si potesse accontentare di ottenere le tre provincie settentrionali, cedendo in cambio la Valle di Presevo, piccolo territorio al confine kosovaro abitato perlopiù da albanesi. L’operazione appare sbagliata su vari livelli: anzitutto le cartine dei Balcani non possono essere considerate un puzzle cui attaccare o staccare pezzi a piacimento; in secondo luogo pensare di risolvere conflitti con una sorta di pulizia etnica a tavolino significherebbe decretare la sconfitta della diplomazia e della capacità negoziale della comunità internazionale (Europa su tutti); infine darebbe adito al sogno della Grande Albania, cioè l’unione in unico Stato delle popolazioni albanesi presenti nei Balcani, con terribili effetti destabilizzanti in tutta la regione. Seppur lontanissima dal diventare realtà, l’ipotesi dello scambio di territori avrebbe una portata devastante sui fragili equilibri regionali, in quanto legittimerebbe qualsiasi tipo di rivendicazione: gli albanesi vorrebbero la parte orientale del Montenegro e quella nord-occidentale della FYROM, i serbi potrebbero annettersi la Republika Srpska in Bosnia e anch’essi parte del Montenegro, e così via. Se poi si fa riferimento alla possibilità di un’indipendenza della Vojvodina (provincia autonoma settentrionale della Serbia), riapparsa recentemente nella cronaca locale ma subito smentita dal governo locale, si comprende come davvero il Nord Kosovo rappresenti uno snodo importante per il futuro della regione.

Nel frattempo, mentre a Pristina si fa la conta dei riconoscimenti internazionali alla propria indipendenza (siamo a quota 91, meno della metà dei membri delle Nazioni Unite), prende corpo la convinzione che il cammino verso Bruxelles di Serbia e Kosovo debba procedere in parallelo e che, soprattutto, ogni passo in avanti di Belgrado sull’integrazione europea debba corrispondere ad un passo indietro sulla questione kosovara: con questo ritmo appare inevitabile lo smembramento e la rinuncia delle prerogative sovrane sulla provincia secessionista.

Appare, comunque, chiaro che il confine sia stato tracciato dalle bombe NATO nel 1999 (il 24 marzo ricorreva l’anniversario): la presa di posizione, mascherata da intervento umanitario, della comunità atlantica a favore dell’UCK ha di fatto sancito la futura indipendenza del Kosovo che, prima o poi, diverrà realtà. E’ palese che se la Serbia voglia entrare in Unione Europea dovrà compiere, oltre alle necessarie rinunce in ambito economico, l’estremo sacrificio simbolico di rinunciare alla terra natia della propria identità nazionale: una rinuncia difficile da far digerire alla popolazione, almeno che la prospettiva europea garantisca un benessere socio-economico tale da placare gli animi interni. Peccato che al momento la popolazione serba abbia conosciuto solo il lato “lacrime e sangue” del processo di integrazione: gli investimenti diretti esteri (IDE) ci sono, e in questo l’Italia gioca un ruolo da protagonista, ma l’impatto sull’occupazione e sullo sviluppo del Paese rimane relativo.

Tutti i paesi entrati nell’UE hanno compiuto o stanno compiendo enormi sacrifici per tenere unita l’Europa e continuare con l’esperienza europeista, anche chi come l’Italia era tra i fondatori nel 1957 a Roma, ma mai nessuno ha dovuto rinunciare alla propria integrità territoriale, nè prima nè dopo. Questo è un punto su cui a Bruxelles (ma anche a Berlino, Parigi, Londra) si dovrà riflettere prima di imporre tale mutilazione. Inoltre l’Unione Europea, se e quando verrà risolta la questione kosovara, dovrà ergersi a garante dell’inviolabilità dei confini, così da prevenire qualsiasi tensione o conflitto futuro, ma fintanto che Mitrovica e dintorni restano in bilico, ogni sviluppo è possibile.

 

Emanuele Giovenali

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