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La nostra Europa: unita, democratica e solidale o non sarà

di Marco Pezzoni. A sessant'anni dai Trattati di Roma l'Unione Europea ha perso la sua spinta propulsiva, la sua parabola comincia a declinare. Dai 6 Paesi fondatori si è allargata fino a comprenderne 28, per poi cominciare a perdere pezzi con la Brexit e ad arenarsi sul culto dell'austerità in economia. Da “gigante economico e nano politico”, quale è stata definita, con la più recente globalizzazione comincia ad essere messa in discussione anche la sua forza competitiva sui mercati mondiali, la sua capacità di creare lavoro e garantire un modello di welfare universale e inclusivo. Le nuove sfide globali la trovano impreparata e divisa: la finanziarizzazione dell'economia; un disordine internazionale caratterizzato da un multipolarismo anarchico e turbolento che vede emergere nuove potenze mondiali, Cina innanzitutto; Il Medioriente in fiamme; ondate migratorie crescenti. A metà del guado, l'Europa non ha più la volontà di completare la sua rivoluzione democratica costituendosi in Stati Uniti d'Europa.
La nostra Europa: unita, democratica e solidale o non sarà

Europa unita o non sarà

Anzi i cambiamenti epocali, il rischio di scontro di civiltà, il terrorismo creano un clima di incertezza e paura che spinge le società aperte a diventare società chiuse e diffidenti, gli stessi Stati a chiudersi, a rivolgersi a ricette nazionaliste, protezioniste, xenofobe. Nel suo piccolo l'Ungheria del filo spinato di Orban è simile all'America di Donald Trump.

Pericoloso lo Stato-nazione come assoluto

Il ritorno dello Stato-nazione come bastione, come argine, come identità assoluta è un mito illusorio e pericoloso che ha già insanguinato il '900 europeo: dalle due guerre mondiali alle guerre nell'ex Jugoslavia. Eppure fa presa sull'opinione pubblica, quando la politica non ha la forza di una visione mobilitante e di una prospettiva credibile più avanzata. Se l'Europa è solo un mercato comune, come istituito dai Trattati di Roma che fecero nascere la CEE, allora verrà tenuta in piedi solo per quanto riguarda l'aspetto della convenienza economica. Nel 1957 era realistico muovere i passi dell'integrazione europea e delle prime Istituzioni comuni – Consiglio dei Ministri, Commissione, Assemblea parlamentare europea- partendo dal terreno economico. Oggi non più. Come direbbe Altiero Spinelli “ i buoi devono essere messi davanti al carro”. E' la politica che deve progettare l'architettura istituzionale e regolare l'economia. E' la politica che deve riformare i Trattati istitutivi dell'Unione Europea. E' la politica che deve istituire un Governo europeo dell'economia. Non basta l'euro, non basta la saggia gestione della BCE da parte del Governatore Draghi. Non basta nemmeno il Libro Bianco di Jean-Claude Juncker che lascia nelle mani dei Singoli Governi nazionali la decisione di procedere a piccoli passi verso cooperazioni rafforzate, ad esmpio su Difesa comune e Fisco, con adesioni differenziate a discrezione dei singoli Stati.

L'Unione Europea di oggi si avvale certo della Commissione Europea e del Parlamento europeo, ma il potere decisionale principale rimane ai Governi nazionali che si ritrovano nel Consiglio Europeo. L'Unione Europea di oggi è sostanzialmente un' Europa intergovernativa, ancora poco un' Europa comunitaria, per nulla un' Europa federale.

Il freno a mano verso l'integrazione politica europea lo tirano e lo detengono i Governi dei 27 Stati che fanno parte dell'UE. I quali, certo, per quanto riguarda i settori economici messi in comune si avvalgono delle tecnocrazie e delle burocrazie di Bruxelles. Sulle quali scaricano spesso colpe che invece dipendono dagli accordi e dalle scelte di fondo dei Governi stessi.

O si supera il “blocco” intergovernativo o l'Europa politica non nascerà mai. O si capisce che la sacrosanta sovranità popolare può benissimo esprimersi in sovranità sovranazionale europea o si ritorna a concezioni che Giuseppe Mazzini aveva stroncato e superato. O si costruisce una cittadinanza europea cosmopolita e rispettosa di tutte le patrie o si riduce la sovranità popolare a sovranità nazionale e la si fa coincidere con il “sovranismo” dello Stato nazione, premessa di ogni autarchia e deriva nazionalista.

Gli Stati Uniti d'Europa

Il termine Stati Uniti d'Europa è stato usato per la prima volta nel 1848 da Victor Hugo e da Carlo Cattaneo. Perchè l'dea di Europa come unità civile, culturale e politica ha più di tre secoli e si rafforza prima di tutto nel pensiero degli illuministi, ancora prima di Kant. E' Kant alla fine del '700 a teorizzare una Federazione di Stati in grado di perseguire una pace stabile e duratura. Non un SuperStato, ma una unione di Stati. E' quello il tempo delle grandi rivoluzioni: la formazione degli Stati Uniti d'America è una rivoluzione. La rivoluzione francese è una rivoluzione. Dalla loro, questi processi rivoluzionari non hanno solo la forza delle armi, hanno la forza di un pensiero. Di più: la potenza di una utopia liberatrice e mobilitatrice.

Secondo il grande federalista Alexander Marc, anche il processo di costruzione dell'unità politica dell'Europa è e dovrebbe essere una rivoluzione.Oggi sappiamo che se non è ancora una rivoluzione fallita, è almeno una rivoluzione incompiuta.

L'origine dei conflitti

L'Europa moderna è stata la culla di due straordinarie innovazioni politiche positive. La prima: lo Stato come istituzione che garantisce un popolo, lo difende e gli offre gli strumenti di autogoverno. La seconda: la proiezione internazionale e universale dei diritti umani che riconosce a tutti i popoli e a tutti gli esseri umani uguali diritti. In Giuseppe Mazzini l'equilibrio e la complementarietà tra queste due innovazioni è ben presente: l'indipendenza della patria italiana è il primo passo per la libera unione di tutti i popoli d'Europa. Le diverse nazionalità sono chiamate ad una fraternità nuova che apre le società e le singole identità nazionali al cosmopolitismo.

Ma il pensiero democratico e progressista si è scontrato con la forza di altri processi storici che hanno spinto in una direzione addirittura opposta: il colonialismo e lo sfruttamento delle risorse del Sud del mondo; la logica di potenza degli Stati moderni che hanno giustificato sul piano geopolitico il loro diritto allo “spazio vitale” per sé e contro gli altri Stati visti come concorrenti se non nemici.

Il nazionalismo aggressivo del '900 nasce da queste teorizzazioni che legittimano l'idea che lo Stato nazione è un assoluto: o dentro o fuori i suoi confini, o con Lui o contro di Lui.

Di questo era ben consapevole Altiero Spinelli quando con Ernesto Rossi, al confino di Ventotene, scrive il Manifesto “ Per un'Europa libera e unita” e individua nel nazionalismo e nella supremazia dello Stato-nazione come assoluto l'origine dei conflitti.

L'intuizione di Jean Monnet

E' la catastrofe delle due guerre mondiali, ambedue responsabilità di potenze europee, che spinge i Governi a ritrovare la volontà e la via della costruzione dell'unità europea. Certo c'è del genio nell'idea di Jean Monnet, ispiratore della Dichiarazione Schuman del 1950, di mettere insieme la produzione del carbone e dell'acciaio tra gli Stati che con quelle risorse si erano fatti la guerra. E c'è ancora un primato della politica che grazie al suo metodo, tanto caro alle diplomazie, ha dato i suoi frutti nei decenni successivi. Ma adesso quel metodo, il funzionalismo, l'Europa costruita dall'alto, ha perso di efficacia. L'agenda viene decisa da processi storici che spiazzano Governi e diplomazie: il crollo del muro di Berlino; l'allargamento a tanti Paesi dell'Est Europa interessati più alla Nato, al mercato e alla propria ritrovata indipendenza nazionale che non all'unificazione politica dell'Europa; il risveglio dell'Islam e l'instabilità del Mediterraneo; le guerre per le risorse e le sempre più dure competizioni tecnologiche e commerciali; i cambiamenti climatici; i flussi migratori.

Una Costituente per l'unità politica dell'Europa

Il ritorno della politica oggi richiede la forza di un Progetto di Trattato sull'Unione Europea come quello che Altiero Spinelli riuscì a far approvare nel 1984 al Parlamento europeo. La forza di un pensiero strategico lungimirante che sappia compensare la perdita di peso dell'Europa nel mondo, sappia conciliare protezione delle comunità nazionali e società aperte e cosmopolite, sappia mobilitare sia classi dirigenti che energie popolari, sappia dare un nuovo modello di sviluppo e un futuro di pace a una comunità europea che fra dieci anni avrà ancora meno di 500 milioni di abitanti a fronte di un'Africa che ne avrà un miliardo e mezzo e di un'Asia che ne conterà quattro miliardi e mezzo. Al contrario, la disgregazione dell'Europa in tanti Stati divisi consegnerebbe ogni Stato, compreso i più forti, ad un ruolo marginale ed irrilevante anche nella difesa delle proprie conquiste sociali e della propria identità nazionale. Solo un'Europa unita può salvare le nostre culture, valorizzare le nostre identità, promuovere i valori della civiltà europea. Per questo serve una “ Costituente” che faccia esprimere istituzioni e società, che trasformi l'utopia federalista in progetto, per decidere insieme e legittimare democraticamente l'unità politica di un Europa potenza civile.

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Editoriale

La nostra Europa: unita, democratica e solidale o non sarà

di Marco Pezzoni. A sessant'anni dai Trattati di Roma l'Unione Europea ha perso la sua spinta propulsiva, la sua parabola comincia a declinare. Dai 6 Paesi fondatori si è allargata fino a comprenderne 28, per poi cominciare a perdere pezzi con la Brexit e ad arenarsi sul culto dell'austerità in economia. Da “gigante economico e nano politico”, quale è stata definita, con la più recente globalizzazione comincia ad essere messa in discussione anche la sua forza competitiva sui mercati mondiali, la sua capacità di creare lavoro e garantire un modello di welfare universale e inclusivo. Le nuove sfide globali la trovano impreparata e divisa: la finanziarizzazione dell'economia; un disordine internazionale caratterizzato da un multipolarismo anarchico e turbolento che vede emergere nuove potenze mondiali, Cina innanzitutto; Il Medioriente in fiamme; ondate migratorie crescenti. A metà del guado, l'Europa non ha più la volontà di completare la sua rivoluzione democratica costituendosi in Stati Uniti d'Europa. continua>>
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