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Reddito di base universale e incondizionato: intervista a Van Parijs

Intervista a cura di Daniele Aglio. Philippe Van Parijs, filosofo ed economista belga, è docente di Etica economica e sociale all’Université catholique de Louvain (Louvain-la-Neuve, Belgio). È conosciuto per essere uno dei più importanti sostenitori a livello mondiale dell’introduzione di un reddito di base universale e incondizionato, come perno di una società giusta. Proprio nella sua università, ho l’occasione di incontrarlo e proporgli una intervista nel suo studio, tra centinaia di libri scritti nelle lingue più differenti. Il 28 ottobre sarà in Italia all'Università di Bologna, invitato da Il Mulino. Il 10 novembre a Roma svolgerà una Lectio magistralis nel Convegno " REDDITO DI BASE. Una prospettiva concreta per il XXI secolo".
Reddito di base universale e incondizionato: intervista a Van Parijs

Philippe Van Parijs insegna all'Università cattolica di Lovanio

Buongiorno Professore, potremmo cominciare dalla definizione di reddito di base. Cosa lo contraddistingue?

È una forma di reddito minimo garantito che è incondizionata in tre sensi: innanzitutto è strettamente individuale, non serve sapere quindi con chi vive il beneficiario; è universale, cioè è dato indipendentemente da altri tipi di redditi e si può cumulare con questi ultimi; non è infine legato ad alcun obbligo, non serve ad esempio essere disponibili a lavorare. Si può definire anche reddito universale o di cittadinanza, che sono suoi sinonimi.

Come nasce questo concetto nel corso della storia?

Iniziamo col distinguere tre tipologie di protezione sociale: l’assistenza sociale, l’assicurazione sociale e il cosiddetto dividendo sociale. L’assistenza sociale è la più antica: è nata nei primi anni del ‘500 in varie città fiamminghe e tedesche ed è stata sostenuta dall’umanista catalano Juan Luis Vives, che ha insegnato anche a Lovanio, nella sua opera De subventione pauperum (1526). Si tratta di un aiuto ai poveri in maniera molto condizionale. Successivamente, si è diffusa in Inghilterra e oggi il sistema di reddito minimo garantito che conosciamo in molti Paesi (non in Italia) fa parte di questa tipologia. L’assicurazione sociale venne invece immaginata da Condorcet, alla fine del ‘700: non è un aiuto governativo ai poveri, ma è un tipo di solidarietà tra i lavoratori, solidarietà contro i rischi di malattia, vecchiaia, infortunio o disoccupazione involontaria. Tale protezione è stata implementata solo da fine ‘800 in Germania grazie al cancelliere Bismarck e poi si è diffusa fino a diventare attualmente la forma di protezione sociale maggiormente utilizzata nei Paesi occidentali (si pensi al peso delle pensioni come voce di spesa pubblica). Infine, il terzo modello, quello del dividendo sociale, è il reddito di base: un modello completamente diverso, che si fonda su un’eredità che riceviamo tutti dalle generazioni anteriori in combinazione con la natura. Tale eredità è incorporata soprattutto nei nostri salari: ad esempio, il reddito reale medio di un barbiere nel 2017 in Italia è molto più elevato di un barbiere di 100 anni fa o di uno in India e ciò è causato dall’accumulazione di capitale e allo sviluppo di istituzioni giuridiche e sociale che hanno incrementato la produttività del lavoro. Dunque, il dividendo sociale è dato a tutti sulla base di questa eredità che ci proviene dal passato. È simile all’assistenza sociale perché non è legato a contributi pagati, ma ha caratteristiche comuni anche con l’assicurazione sociale in quanto non è uno strumento di caritas ma è un diritto. Questo terzo modello è stato formulato per la prima volta a fine ‘700 da Thomas Paine, rivoluzionario inglese: anche se lui non proponeva un reddito basico, l’idea era già presente. Paine condannava la distribuzione diseguale delle terre agricole e perciò proponeva una pensione di vecchiaia per tutti a partire dall’età di 50 anni e una dote offerta a tutti i giovani a 21 anni. Chi ha formulato l’idea di reddito garantito di base, con la stessa giustificazione di Paine, è stato Joseph Charlier nel 1848 a Bruxelles con l’opera Solution du problème social, nello stesso anno di pubblicazione del Capitale di Marx. Charlier sosteneva la forma di un dividendo pagato ogni trimestre o mese a tutti i cittadini. Diversi altri autori hanno successivamente difeso questa proposta, ma solo dopo la prima guerra mondiale in Inghilterra e dagli anni ‘60 negli Stati Uniti è emerso un vero dibattito sul tema, che però non è durato a lungo. Poi l’idea è rinata in Europa a inizio degli anni ’80. Alcuni intellettuali sono giunti a difendere questa idea in modo indipendente e allora li ho invitati qui a Louvain-la-Neuve per creare il Basic Income European Network, poi diventato organizzazione mondiale col nome di Basic Income Earth Network (BIEN). L’organizzazione, che convocherà il proprio congresso a Lisbona a fine settembre, ha lo scopo di favorire l’approfondimento e la discussione sul tema.

Se si implementasse questa proposta di reddito basico, il nostro attuale sistema di welfare si dovrebbe modificare?

Molte proposte e versioni di reddito di base sono state avanzate. Nella mia idea, il reddito basico non è qualcosa che sostituisce gli altri due modelli di protezione sociale. Al contrario, un reddito minimo garantito aiuta questi modelli a funzionare meglio, fornendo uno “zoccolo” alla base degli altri redditi sociali. Ovviamente, quanto gli altri sistemi di protezione sociale verranno sostituiti dal reddito di base dipende dal livello di erogazione. In ogni caso, questi modelli non devono essere aboliti, ma saranno incremento condizionato alle necessità che si aggiungerà al reddito di base garantito universalmente. Quantitativamente, noi abbiamo l’obiettivo del 25% del reddito pro capite come livello minimo di reddito incondizionato, quindi circa 600 euro al mese in Belgio.

Che conseguenze si possono prevedere sul mercato del lavoro e sulla crescita?

Ci sono effetti nel mercato del lavoro legati a due delle incondizionalità che spingono in direzioni opposte. Alcuni dicono che i salari si alzeranno ed altri credono l’opposto: hanno ragione entrambi, a seconda di quali lavori si prendono in considerazione. Infatti, il reddito di base dà più possibilità per dire no ad alcuni lavori e sì ad altri. Un lavoro scadente può essere rifiutato con maggiore facilità, senza perdere il diritto al reddito basico. Ma allo stesso tempo, dato che il reddito di base si può combinare con altri redditi perché è universale, una persona può accettare un lavoro poco pagato ma interessante, come un tirocinio o stage, che ha elemento di formazione. Questo è molto importante per permettere ai giovani di formarsi, realizzando meglio se stessi e le proprie aspirazioni professionali: sarebbero più liberi di fare il mestiere per il quale hanno studiato. Purtroppo, al momento solo i giovani cha hanno alle spalle famiglie abbastanza agiate possono intraprendere studi dispendiosi e prolungati. Il reddito basico creerebbe, quindi, un effetto a lungo termine favorevole per lo sviluppo e la crescita economica, si creerebbe più lavoro qualificato, senza dimenticare che i lavori che piacciono si fanno pure meglio. Quantitativamente, è impossibile ad oggi asserire quale effetto sui salari (e sull’occupazione) prevarrà: ci sono alcuni esperimenti econometrici (ad esempio, in Finlandia), ma possono rispondere solo in parte.

Molti aspetti positivi. Invece, controindicazioni di tale modello ci sono? Quali sono le principali critiche che ha ricevuto?

Tantissime critiche! Di vario tipo. Alcune critiche sono legate al livello di reddito erogato: secondo alcuni non sarebbe sostenibile. Queste critiche sono focalizzate sul modo di finanziare, su particolari tipologie di reddito basico e, quindi, non sono insormontabili affatto. Altre critiche, più fondamentali, sono relative al ruolo che si vuole dare al lavoro nella società: una obiezione etica sostiene che non è giusto dare una rendita anche a chi sceglie di non lavorare, si asseconderebbe lo sfruttamento del lavoro altrui. Questa è l’obiezione più diffusa e importante. Però, ammettiamo pure che la giustizia stia nel distribuire il reddito secondo quanto lavoro utile per la società si compie: un reddito basico sarebbe un progresso anche in tale direzione perché c’è molto lavoro utile che non è pagato nella società, ad esempio le casalinghe. Il reddito di base sarebbe una soluzione per dare un minimo di riconoscimento finanziario a questi lavoratori. Allo stesso tempo vi sono lavori strapagati che non danno alcun contributo alla società: si pensi a chi fa comprare alla gente cose di cui non ha bisogno, a chi offre consigli su come fare evasione o elusione fiscale. Perciò, l’identificazione tra contributo utile a società e salario è assurda e ingiusta. Inoltre, un principio di giustizia non può considerare solo quanto uno lavori, ma deve dipendere anche dal logoramento associato ad una certa mansione. Invece, oggi riscontriamo una correlazione positiva perversa tra qualità del lavoro e salario: i lavori più interessanti sono i più pagati in media: con un reddito garantito, si riduce tale perversione e si dona più potere di negoziazione a chi ne ha poco. Inoltre, a livello più fondamentale, la giustizia distributiva consiste nell’uguaglianza delle possibilità che sono date a tutti, un concetto direttamente legato al dividendo sociale: i doni del passato contribuire alla realizzazione di tutti, dando più possibilità a chi non ne ha o ne ha poche (per approfondire il tema, leggete il mio libro real freedom for all). Chi critica il fatto che si darebbe anche ai ricchi è invece superficiale: i ricchi finanzierebbero il loro reddito di base e quello di altri, quindi il reddito di base favorisce i poveri e non i ricchi.

Per concludere, questo dibattito è riemerso con vigore proprio negli ultimi anni, come se lo spiega?

I due problemi che mi hanno portato a questa idea 35 anni fa adesso sono diventati più acuti e percepiti in modo più ampio. In primo luogo, come risolvere il problema della disoccupazione senza crescita continua? Siamo cresciuti molto negli ultimi decenni, ma la disoccupazione c’è ancora e la precarietà si è diffusa. Inoltre, la crescita è diventata ancor più problematica da sostenere. Allora e oggi, mi sembra che introdurre un reddito di base renda più facile per chi lavora troppo la diminuzione di ore lavorative e favorisca l’entrata di altri nel mondo del lavoro, anche solo part-time. Inoltre, non credo alla sparizione del lavoro dovuto alla robotizzazione dei processi produttivi, però i cambiamenti tecnologici, insieme alla globalizzazione, causano nei Paesi ricchi una polarizzazione crescente del potere d’acquisto, con la conseguenza che nella fascia di lavoratori poco qualificati emerge sempre più insistentemente il dilemma tra disoccupazione elevata o precarietà. Il reddito di base riduce fortemente questo trade-off. Il secondo problema consiste, invece, nel fatto che per me vi era il problema di formulare un futuro possibile e desiderabile per le società capitaliste che non fosse solo una piccola riforma per problemi particolari, ma che fosse un’utopia alternativa all’utopia liberale e a quella socialista, che professano la sottomissione di tutti al mercato o allo stato. La mia è un’utopia di liberazione. Oggi c’è più che mai bisogno di una prospettiva, dato che stanno emergendo pericolose utopie alternative: populismi, jihadismo.

 

Per chi volesse approfondire l’analisi sul reddito di base, è appena uscito quest’anno il nuovo libro del Prof. Van Parjis, edito dalla Harvard University Press, dal titolo Basic Income. A Radical Proposal for a Free Society and a Sane Economy. La traduzione italiana dovrebbe uscire a fine ottobre 2017.  Il saggio comincia con una citazione di Rousseau: “Il denaro che una persona possiede è lo strumento della sua libertà, mentre il denaro che tale persona si sforza di ottenere è lo strumento della sua schiavitù”.

 

Daniele Aglio

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