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Tu sei qui: Home Democratici Nel Mondo ASIA / OCEANIA Referendum costituzionale in Turchia: verso il "sultanato" di Erdogan ?

Referendum costituzionale in Turchia: verso il "sultanato" di Erdogan ?

di Daniele Aglio. Il 16 aprile per noi sarà Pasqua, per la Turchia sarà invece un momento di svolta per il suo assetto istituzionale, senza parlare delle possibili conseguenze per la sua politica estera e interna. Il presidente Erdoğan si appresta a trasformare la Turchia da democrazia parlamentare ad una repubblica presidenzialista grazie ad un referendum popolare che si terrà questa domenica. Questa volta il suo disegno può avere successo e allontanare ancora di più la Turchia dall'Unione europea. Molte le responsabilità del partito di Erdogan, dal rilancio del nazionalismo turco all'islamizzazione della società, dalla repressione del giornalismo indipenedente alla aperta ostilità verso la minoranza curda. Ma anche l'Unione Europea ha proprie responsabilità nel non aver saputo integrare per tempo la Turchia, perdendo l' occasione di aiutarne il processo di democratizzazione interna.
Referendum costituzionale in Turchia: verso il "sultanato" di Erdogan ?

Erdogan più forte dopo il golpe fallito

Domenica 16 aprile il popolo turco si troverà nuovamente a decidere la strada da intraprendere: già con le elezioni per il rinnovo del parlamento il 7 giugno del 2015 i turchi frenarono parzialmente il disegno di Erdoğan. Infatti, in tali elezioni l’Akp (il partito per la giustizia e lo sviluppo, di cui Erdoğan è leader) non ottenne i due terzi dei seggi, circostanza che avrebbe evitato il passaggio referendario per l’approvazione della nuova costituzione. Tutto ciò accadde però due anni fa, un periodo in cui la società civile era ben consapevole dell’autoritarismo di Erdoğan, che si era reso manifesto nella repressione delle proteste per Gezi Park, della libertà di stampa e di espressione su internet e che si basa su un non troppo latente progetto di islamizzazione della società. Da allora tutto è cambiato. Una serie di attentati ai danni dell’Hdp (il partito nazionalista curdo), che il governo di Ankara ha attribuito all’isis, ha rianimato la guerriglia del Pkk, offrendo ad Erdoğan la possibilità di bollare tutti i curdi come “terroristi”. Inoltre, il fallito golpe di giugno 2016 ha permesso ad Erdoğan, grazie alla dichiarazione dello stato di emergenza, di cominciare la resa dei conti con chiunque fosse da ostacolo al suo progetto di egemonia politica: gli apparati militari che non gli erano fedeli, gli oppositori politici dentro e fuori il parlamento, con la stampa indipendente, con la magistratura che aveva aperto il fascicolo riguardante lo scandalo di corruzione che aveva investito, nel 2013, il governo presieduto dallo stesso Erdoğan (la cosiddetta “Tangentopoli del Bosforo”), con il nemico Gülen, accusato da Erdoğan di essere il fautore del colpo di stato fallito e la cui estradizione è stata avanzata agli Stati Uniti.

Dunque, la Turchia oggi soffre una grave instabilità e la propaganda a favore della riforma fa leva proprio su questo senso di smarrimento diffuso nella popolazione. Si sottolinea come un tale cambiamento istituzionale garantirebbe stabilità duratura alla Turchia, con la guida di Erdoğan. Il passaggio al presidenzialismo conferirebbe al presidente Erdoğan il potere di scegliere non solo ministri e altre autorità, ma anche di nominare metà dei membri delle più alte istituzioni giuridiche del Paese. Inoltre, il futuro presidente avrebbe la possibilità di emanare decreti, proporre il budget, sciogliere il parlamento e dichiarare lo stato di emergenza. In particolare, con la riforma Erdoğan potrebbe concorrere alla presidenza per altri due mandati, con la conseguenza che potrebbe restare leader della Turchia fino al 2029, dato che il limite di due mandati rimarrebbe in costituzione ma dopo la riforma il conteggio ripartirebbe da zero. Inoltre, Erdoğan sarebbe anche capo dell’esecutivo, dato che la figura del primo ministro verrebbe eliminata, e l’imparzialità del Presidente della Repubblica scomparirebbe, creando forti preoccupazioni per una svolta autoritaria.

Torna a crescere la diatanza tra Turchia e Unione Europea

In tale contesto, dove è l’Europa? La UE sembra, purtroppo per l’ennesima volta, uno spettatore inerme: troppo preoccupata a non affondare il colpo contro l’unico argine, a pagamento, nei confronti del flusso di rifugiati dalla Siria. La mancata risoluzione del problema dell’immigrazione si traduce in una mancata risposta contro la violazione dei diritti e l’autoritarismo di Erdoğan, ormai forte dell’accordo stipulato con Bruxelles sui migranti. Ma, purtroppo, nei confronti dell’Unione Europea Erdoğan ha anche un’altra arma: il presidente turco fa leva infatti sul sentimento nazionale e sull’orgoglio dei turchi, che è stato profondamente ferito dai molti dubbi che gli stati europei hanno mostrato in questi anni rispetto alla legittimità della Turchia di diventare membro della UE.

Ormai, l’autoritarismo di Erdoğan estranea la Turchia da ogni possibile processo di integrazione non solo con l’Unione Europea, ma anche con i valori basilari delle società illuministe e laiche. Oggi, i dubbi di molti stati nei confronti della Turchia sono più che legittimi. Ma c’è un però: la Turchia sembra essere un esempio lampante di una politica assolutamente miope che ha contraddistinto il processo di costruzione europea negli ultimi 15 anni. Infatti, la situazione attuale dello stato turco, che dà ragione a chi, come l’Austria, si è sempre opposto all’entrata della Turchia in Europa, è una situazione che 10 anni fa nessuno avrebbe previsto. Lo stesso Erdoğan, da primo ministro, a partire dal 2003 aveva messo in atto diverse misure riformiste per portare lo stato turco dentro i parametri imposti dall'Unione Europea e far entrare la Turchia come membro a pieno titolo dell'Unione (in particolare, l’abolizione della pena di morte nel 2004 e il progressivo riconoscimento dei diritti della minoranza curda).

Islamizzazione al posto della laicità

La Turchia, fin dalla creazione della Repubblica per opera di Atatürk, si è retta su una serie di riforme di stampo occidentalista: fu abolito il califfato da Atatürk, si laicizzò lo stato, si riconobbe la parità dei sessi, il suffragio universale fu istituito, fu addirittura vietato il velo per le donne (legge abolita negli anni 2000). Si prese a modello il codice civile svizzero e furono legalizzate le bevande alcoliche, nonché depenalizzata l’omosessualità. La politica turca, dalla prima guerra mondiale in poi, è stata orientata all’avvicinamento politico e culturale con l’occidente e l’adesione della Turchia alla UE è un obiettivo che il governo turco si è prefissato già dalla fine degli anni ’80. La Turchia ha relazioni intense con la UE fin dal 1963, quando l’allora Comunità Economica Europea (CEE) firmò il trattato di associazione con la Turchia (Accordo di Ankara). Un sentimento filo-europeo era diffuso nella popolazione turca nei primi anni 2000 e vi erano ottime prospettive economiche dovute all’apertura dei negoziati per l’ingresso della Turchia, avvenuta il 6 ottobre 2004 (la Turchia era stata accettata come candidata per l’ingresso nella UE nel 1999).

Certamente, l’adesione della Turchia nella UE trovava degli ostacoli oggettivi. Gli scettici evidenziavano come la strada per la salvaguardia dei diritti umani fosse ancora lunga. È ancora irrisolta la questione della secessione della parte settentrionale di Cipro (Repubblica Turca di Cipro Nord, riconosciuta internazionalmente solo dalla Turchia), avvenuta nel 1974. A ciò si deve aggiungere la repressione militare, culturale ed economica che la minoranza curda ancora oggi subisce. Inoltre, un altro punto cruciale riguarda il genocidio degli Armeni e dei Cristiano-assiri, che la Turchia rifiuta di riconoscere. Un ostacolo è anche il forte nazionalismo turco, orgoglio di un passato da grande potenza imperiale.

Ma vi sono anche profonde diffidenze di una parte del mondo cattolico (si pensi all’allora cardinale Ratzinger, che espresse pubblicamente la sua opposizione a tale ingresso) e di molti stati europei ad un ingresso della Turchia, che diventerebbe, data la sua rapida crescita demografica, il più popoloso ed influente membro della UE. Sarebbe anche lo stato più esteso dell’Unione. Inoltre, l’attuale popolazione musulmana nel territorio della UE si aggira intorno al 6%della popolazione totale: con l’entrata della Turchia tale percentuale salirebbe al 20%. Ecco, dunque, che tali cambiamenti dell’assetto sociale e culturale preoccupano una parte consistente della società europea.

Le responsabilità dell'U.E. Dalle diffidenze al veto

In questo quadro, già nel 2002 il presidente della Convenzione Europea Giscard d’Estaing dichiarò pubblicamente la sua decisa contrarietà all’ingresso della Turchia nella UE. E dal 2006 in avanti, i negoziati si sono di fatto interrotti, anche se non formalmente: molti capitoli dei negoziati sono stati bloccati e soltanto uno su trentatré è stato concluso. Di fatto, da allora la conferenza per l’adesione della Turchia lavora al fine di impedire la conclusione positiva dei negoziati, con buona pace dei sostenitori di tale ingresso come Jacques Chirac e Tony Blair.

Questo deciso veto da parte degli stati europei nei confronti della Turchia è suonato molto insopportabile per il governo e per l’intera società turca. Dal 2006, si è assistito ad un risentimento crescente da parte della popolazione turca nei confronti dell’Unione Europea. La Turchia è stata messa alla porta ancora prima di entrare nella nostra comunità, dopo quasi un secolo di progresso in tutti i campi e di avvicinamento al modello di società occidentale moderna (la Turchia fa, inoltre, parte della Nato dal 1952). Il grande errore della politica europea è stato quello di dare retta in modo tragicamente miope al pensiero ancora dominante in Europa, che contrappone la cultura cristiana a quella musulmana, senza accorgersi che la Turchia è l’unico stato laico del mondo musulmano. Proprio per questo, tali negoziati sarebbero stati uno strumento di dialogo fondamentale con tale mondo. L’Europa ha perso l’occasione di confronto con uno stato musulmano laico, un confronto in cui la controparte era desiderosa di rafforzare gli interessi comuni e le politiche che ci avrebbero avvicinato. In ottica di politica estera e dialogo interreligioso anche verso altri stati del medio oriente si sarebbero potuti fare enormi passi in avanti.

E invece no. Ha prevalso il muro, ancora prima di Trump. E il popolo turco ha interpretato tale interruzione del dialogo come un rigetto da parte degli europei.

La Turchia di Erdogan non guarda più all'Europa

Forse anche nel 2006 la Turchia non era ancora in grado di fare parte della Comunità europea. Di certo, però, il dialogo nell’ambito delle negoziazioni per l’ingresso turco avrebbero potuto produrre ulteriori benefici per la popolazione turca e per il raggiungimento pieno delle libertà e dei diritti civili in Turchia. Il rifiuto di continuare i negoziati ha avuto solo la conseguenza di isolare la Turchia dall’Europa e creare un possibile avversario invece che un prezioso alleato. Oggi la Turchia si trova a guardare oltre l’Europa, al ritrovato accordo con la Russia di Putin, per gestire la crisi siriana e silenziare le rivendicazioni dei curdi, che hanno combattuto l’Isis per davvero. Erdoğan ha anche ripreso un dialogo con gli USA per l’estradizione di Gülen e contrattare le condizioni per la permanenza della Turchia nella Nato.

Perciò, la UE oggi deve fare i conti con uno Stato, alle porte del nostro continente, che si sta trasformando in un regime autoritario, senza occasioni per ristabilire un dialogo produttivo con quella parte laica del mondo islamico. Infatti, molto probabilmente, domenica Erdoğan affermerà la sua leadership sul Paese e la svolta autoritaria. Inoltre, non abbiamo più un alleato per la questione delle migrazioni e per questo dobbiamo negoziare accordi costosi e non risolutivi come quello contratto l’anno scorso. Per non parlare, infine, di tutti i progressi fatti dai turchi in questi anni, che sono in serio pericolo: la popolazione turca è stata lasciata sola contro le spinte dittatoriali di Erdoğan, ha risposto in modo vigoroso in questi anni. Purtroppo, come detto, l’instabilità politica che si è creata non permetterà, quasi sicuramente, alla popolazione turca di fermare Erdoğan questa volta. L’Unione Europea ha scioccamente interrotto un processo che avrebbe creato una vera e propria democrazia nel mondo musulmano. Anzi, con il suo rigetto, la UE è almeno in parte causa dell’ascesa del regine autoritario di Erdoğan, il cui vero limite erano i vincoli dei negoziati europei, visti con grande favore dalla popolazione turca. Dopo il risentimento creatosi nell’animo dei turchi, vi è stata solo un’escalation di eventi che culmineranno domenica 16 aprile con una scontata vittoria di Erdoğan.

Chissà quando Bruxelles avrà ancora l’occasione di integrare uno stato geo-politicamente fondamentale per le sorti del Mediterraneo; per ora sembra si dovrà accontentare di un nuovo sultanato.

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Editoriale

Referendum Lombardia tra crisi dello Stato e derive centrifughe, tra muscoli e furbizie politiche

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