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La Cina rivendica lo status di economia di mercato

La Cina, dopo 15 anni di permanenza nell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) con lo stutus di Paese surrogato, adesso rivendica di essere riconosciuta come economia di mercato a pieno titolo e critica le incertezze sia degli Stati Uniti che dell'Unione europea che ne temono la concorrenza spregiudicata e giudicano ancora scorretti molti suoi comportamenti per avvantaggiarsi nella competizione globale. Per il Governo cinese strappare per la propria economia lo status di economia di mercato non è cosa da poco visto la perdita di 3 punti della sua crescita interna rispetto alle performances del 9-10 per cento di pochi anni fa. Significherebbe sottrarsi a misure ricorrenti di antidoping molto severe e punitive rispetto a quelle economie che il WTO considera ancora poco libere se non sleali.
La Cina rivendica lo status di economia di mercato

Nel 2001 la Cina entra nel WTO

Nel 2001 la Cina è entrata nel WTO compiendo una vera rivoluzione economica. Ma il gigante emergente entrò in quell’anno nel sistema globale del WTO non a pieno titolo di economia di mercato. Le condizioni, le istituzioni, le regole della società cinese erano ancora piuttosto lontane da quelle proprie di un capitalismo avanzato, e d’altra parte, in quel 2001, gli Stati Uniti sembravano essere ancora l'iperpotenza globale, irraggiungibile sul piano economico e tecnologico, capace sia di generosità e inclusione verso le economie emergenti sia di far loro accettare, come avvenne per la Cina, di entrare nell’Organizzazione mondiale del commercio, erede del GATT, dalla porta di servizio.

Il periodo del non riconoscimento dello status di economia di mercato doveva essere di quindici anni: dal 2001 al 2016. Alla fine di quest’anno dunque, le potenze mondiali del WTO dovranno decidere se la Cina è automaticamente diventata economia di mercato. Questa ovviamente è la posizione di Pechino. Esiste una posizione intermedia che vorrebbe riconoscere alla Repubblica Popolare questa nuova posizione magari sottoponendola a ulteriori condizionalità. Questo potrebbe essere l’orientamento di Bruxelles: il 13 gennaio la Commissione europea ha deciso di rinviare a luglio l'avvio della procedura per questo riconoscimento, per mettere intanto d'accordo la Germania della Merkel, che è favorevole, con la preoccupazione di altri paesi come la Francia e l'Italia.  Ma c'è anche chi non ritiene ancora  la Cina una economia di mercato a causa di alcune sue caratteristiche istituzionali e quindi ha la tentazione di continuare a tempo indefinito a trattarla come una ‘potenza da porre sotto controllo’ e a trattenerla sulla porta di ingresso per limitarne la capacità di espansione. Questo sembrerebbe l’attuale orientamento della nuova amministrazione Usa e, in particolare, di Donald Trump.

La questione è cruciale: il sistema WTO, come è noto, regola il sistema del commercio globale. Lo regola fondamentalmente secondo meccanismi neoliberistici.  Comunque esso consente e ha consentito una forte apertura dei mercati nazionali, costituendo la base e il fondamento dell’ordine economico globale di tipo neoliberistico. Nel male e nel bene. I Paesi che non rispettano le regole WTO possono essere portati al giudizio WTO per pratiche di dumping.

Le procedure antidumping hanno certe caratteristiche: i Paesi ai quali non è riconosciuto lo status di economia di mercato, possono essere sottoposti a giudizi antidumping con procedure e meccanismi molto più semplificati e punitivi. Non è un caso che la larga parte delle pratiche antidumping presso il WTO siano contro la Cina; e non è un caso che le imprese cinesi spesso, secondo alcuni osservatori, cercano di evitare il giudizio WTO praticando prezzo più alti di quelli che potrebbero in base ai loro costi di produzione.





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