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PIANO DI RIDUZIONE DI CO2 DELL'UNIONE EUROPEA: LA POLONIA PONE IL VETO ALL'INIZIATIVA DELLA DANIMARCA

La riunione dei Ministri UE dell'Ambiente non arriva a un accordo per la riduzione delle emissioni di gas nocivi dopo il 2050 a causa del no dei polacchi. Il perché di tale decisione sulla base di una difficile storia che, nonostante abbia interessato la metà del Vecchio Continente soggetta a mezzo secolo di dominazione sovietica, è puntualmente ignorata dall'Europa Occidentale.
PIANO DI RIDUZIONE DI CO2 DELL'UNIONE EUROPEA: LA POLONIA PONE IL VETO ALL'INIZIATIVA DELLA DANIMARCA

Il Ministro dell'Ambiente danese, Connie Hedegaard

Nella giornata di venerdì, 9 Marzo, la Polonia ha posto il veto all'approvazione del Piano di Azione sulle Emissioni Inquinanti fino al 2050: un documento con cui l'Unione Europea avrebbe disciplinato l'utilizzo di CO2 nelle proprie industrie, al fine di rispettare parametri ambientali, e ridurre la liberazione di gas nocivi per la Terra.

Fortemente voluto dalla Presidenza di turno della Danimarca, rappresentata dal Ministro all'Ambiente di Copenaghen, Connie Hedegaard, ha previsto la riduzione delle emissioni di anidride carbonica del 95% in meno rispetto alla quantità liberata nel 1990. Nello specifico, un piano progressivo di azioni avrebbe previsto il raggiungimento dei tagli al 40% entro il 2030, al 60% entro il 2040, e all'80% entro il 2050.

Il condizionale è un obbligo, dal momento in cui, fin dall'inizio, ad opporsi sono state Polonia, Repubblica Ceca e Romania, le quali hanno sollevato obiezioni in merito a un piano d'azione che, se realizzato entro i termini concepiti, avrebbe seriamente compromesso l'economia nazionale polacca. Nonostante le incessanti mediazioni durante l'intera giornata, la Hedegaard è riuscita a raggiungere un compromesso solo con Praga e Bucarest, ma non con Varsavia, che, nella tarda serata, ha posto il veto.

La mancata decisione del Consiglio dei Ministri dell'Ambiente comporta la fine del progetto danese, dal momento in cui Copenaghen non può contare sull'appoggio del Commissario Europeo al Bilancio, Janusz Lewandowski, e nemmeno su quello all'Industria, Mario Tajani, e difficilmente ricorrerà alla decisione finale di Herman Van Rompuy presso il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo.

Per quanto riguarda la Polonia, quello sul clima è il secondo veto posto in seguito a quello del Giugno 2011. Ad essere bloccato è stato un precedente tentativo di approvare un simile piano.

La ragione dei veti polacchi è legata a una condizione storica che, incomprensibilmente, sembra non essere accettata dai Paesi dell'Europa Occidentale. Costretta a mezzo secolo di dominazione sovietica, la Polonia, maggiore tra le economie del Blocco Orientale dopo l'URSS, non ha potuto modernizzare le proprie strutture produttive, ed è sempre rimasta legata da un lato al carbone, e dall'altro al gas fornito dalla Russia.

Nonostante i cambiamenti politici del 1989, con il crollo del comunismo e la ricollocazione della Polonia a livello internazionale nell'Europa libera e nella comunità atlantica, Varsavia ha tenuto le medesime dipendenze economiche del passato: una tara ereditaria, di matrice sovietica, la cui dismissione sarebbe costata caro all'economia polacca.

Ad oggi, in caso di accettazione dei tagli voluti dalla presidenza danese dell'UE, Varsavia registrerebbe un enorme danno economico e, allo stesso tempo, conseguenze nel mondo del lavoro: le industrie ubicate sul suo territorio non potrebbero più contare su una fonte di energia a buon mercato e, per ovvia convenienza, dopo licenziamenti in massa, avrebbero dislocato in altri Paesi.

Matteo Cazzulani

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