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I CITTADINI AL CENTRO DEL PROGETTO SMART CITY

di Mara Balestrini. Ricercatrice di trent'anni, consulente del Centro di cultura contemporanea di Barcellona, docente all'University College di Londra, nata in Argentina, Mara si divide tra America Latina ed Europa come "cultural technologist". Nei progetti a cui partecipa, le nuove tecnologie dell' ICT sono poste al servizio di una nuova democrazia partecipativa finalizzata ad abilitare i cittadini a diventare parte della soluzione dei problemi della città. Secondo la Balestrini la collaborazione tra cittadini , istituzioni, scuole può aiutare a ripensare l'educazione, il ruolo dei media, persino la pubblicità. Purchè al tavolo complesso della smart city gli attori plurali si prendano sul serio e recuperino uno sguardo di medio e lungo periodo; soprattutto al centro della visione pongano l'interdipendenza tra innovazione sociale, qualità urbana dei servizi, comunicazione digitale e cultura attraverso il metodo della programmazione collaborativa.
I CITTADINI AL CENTRO DEL PROGETTO SMART CITY

la smart city è dei cittadini

Secondo le statistiche pubblicate dall’ Urban Age Project della London School of Economics e Deutsche Bank's Alfred Herrhausen Society, nel 2050 il 75 per cento della popolazione globale vivrà nelle città.

Con questo tasso di crescita, non sorprende che il termine "smart city" sia divenuto un trending topic e che sostenibilità e ottimizzazione delle risorse siano concetti così pressanti.

Tuttavia, le smart city sono qualcosa di più di sofisticate reti M2M (machine to machine) orientate a spendere meno facendo più cose. Per essere smart una città ha bisogno di una intera popolazione di smart citizen. Come Carlo Ratti del Senseable Lab del MIT dice spesso: "It’s not about technology, it’s about people".

Per iniziare a risolvere il puzzle delle smart city, propongo di mettere i cittadini al centro del tavolo e porre attenzione ai seguenti tasselli: dai dati alle informazioni design-localizzate; infrastruttura pubblica potenziata dal cloud; sorveglianza o emancipazione; innovazione guidata dai cittadini; cooperazione per le soluzioni intelligenti. E ce ne sarebbero tanti altri …

I dati per arricchire la percezione della città

Saremo cittadini circondati da informazioni. Le città contemporanee stanno affrontando un cambiamento che può sembrare ovvio ma è fondamentale: non sarà più necessario cercare le informazioni nei templi del passato, o assorbirle attraverso i media. I dati fluiranno attraverso reti chiuse e aperte, sotto terra e su nei cieli: dati provenienti dalle reti di sensori o dalle connessioni M2M; informazioni generate da utenti dei social network; il crowdsourcing scenderà dalla nuvola per incrementare lo spazio fisico urbano. La grande sfida su come trasformare tutti questi dati in informazioni significative e utili è ancora aperta, ma i dati e gli strumenti che li percepiscono esistono già e sono connessi fra loro.

Sempre di più, aziende che si occupano di urban experience stanno iniziando a sviluppare interfacce fisiche o applicazioni mobile che integrano i dati con la vita della città. Un buon esempio è Urbanscale, una start up di New York creata da Adam Greenfield, con il suo servizio Urban Flow, che integra negli schermi informativi cittadini (alle stazioni dei treni e dei bus, lungo le strade, ecc.) nuove informazioni localizzate e specificamente progettate che consentono ai cittadini di trovare quello che stanno cercando, mappe, ed anche di partecipare alla vita civica attraverso delle consultazioni pubbliche informali.

A Barcellona, compagnie come WorldSensing hanno installato sensori per catturare i dati del traffico che possono aiutare gli automobilisti a trovare un parcheggio usando una applicazione per lo smart phone. Su prospettive simili, il progetto europeo ICity, che coinvolge la capita catalana, Londra, Genova e Bologna, cerca di aprire le infrastrutture pubbliche che agenti interessati possono arricchire con altri dati in modo da offrire servizi di pubblico interesse che migliorino la vita pubblica: un parcometro che offre informazioni sulla qualità dell’aria nella sua specifica posizione; una app che consente di sapere se la piscina pubblica o altre parti della città sono sovraffollate; una macchina per emettere i biglietti del trasporto pubblico che oltre a venderli, consente di partecipare ad una consultazione popolare. Assesteremo ad un incremento delle potenzialità dell’infrastruttura pubblica e allo sviluppo di servizi abilitati dal cloud computing. Come sfrutteremo il potere di queste reti informative per assumere migliori decisioni a livello personale, economico, sociale e culturale?

Una città della fiducia o del controllo: emancipazione versus sorveglianza

Utopia versus dystopia. Come al solito, le nostre idee a proposito del futuro sono influenzate da opinioni contrapposte. Ci sono coloro i quali credono che la smart city potrebbe implicare l’ascesa di una società orwelliana, nelle mani di monopoli e governi autoritari che useranno le tecnologie per monitorare e controllare i cittadini.
Sicurezza e privacy sono ancora frontiere problematiche.
Dall’altra parte, visioni più ottimistiche confidano che la tecnologia e i dati apriranno le porte della trasparenza, della partecipazione civica e dell’emancipazione di settori della società che prima erano esclusi. Difendono l’idea della citta sostenibile, nella quale la comunità stessa, grazie all’accesso agli open data, riduce il suo consumo energetico, adotta comportamenti più responsabili o approfondisce la sua partecipazione nei processi di governance. Il progetto Tidy Street di Brighton è un grande esempio di una iniziativa cittadina di auto regolazione dell’uso di elettricità

Fiducia e coinvolgimento sembrano essere il carburante per l’innovazione che parte dai cittadini, i quali possono creare o sviluppare soluzioni smart digitali o analogiche, usando open data o inventando infrastrutture aperte. Essi vivono la città ogni giorno, usano FixMyStreet per segnalare quale strada ha bisogno di essere riparata, l’applicazione Waze per informare e conoscere lo stato del traffico in una specifica località e orario, e possono anche trovarsi in questo preciso momento ad installare seggiole lungo i marciapiedi di Los Angeles.
Ecco perché il concetto di smart city deve andare ben oltre i progetti di ottimizzazione delle risorse e l’alta efficienza tecnologica. Mentre aziende come IBM offrono alle amministrazioni soluzioni all inclusive che richiedono ampi investimenti in tecnologie anche se non ci sono prove definitive che un sistema che funziona in una città funzionerà in un’altra, la ricerca suggerisce che le smart city non esisteranno a meno che i cittadini non siano al centro dell’equazione.

Cittadini. Cosa significa?

Un dettaglio curioso: in tutti gli eventi dedicati alle smart city a cui ho partecipato nel 2012, esperti, tecnologi e politici normalmente si sono riferiti al cittadini come se il termine coincidesse con una completa varietà di definizioni. Il mio collega Javi Creus ha recentemente pubblicato un articolo che riassume molto bene le nostre opinioni su questa osservazione. Una definizione tratta da un comune dizionario descriverebbe il cittadino come "l’abitante di una città, ovvero colui che gode dei diritti e dei privilegi di uomo libero". Quindi, essere cittadino ha qualcosa a che fare con i nostri diritti e doveri politici.

Bene, quando veniamo nominati noi cittadini, sempre che tutti abbiano in mente qualcosa di diverso.
Attraverso gli occhi dell’amministrazione, noi siamo "gli amministrati": i nostri dati, le nostre informazioni, le nostre tasse e i flussi della città hanno bisogno di essere ordinati e organizzati.
Per le aziende noi siamo "users": esse disegnano tecnologie per noi, noi le compriamo e se ci piacciono le usiamo nella e con la città.
Fra di noi, cittadini, ci sentiamo vicini, capaci di raccogliere energia collettiva per tenere vive le tradizioni locali, consentire a reti fiduciarie di sistemare cose che non ci piacciono o anche di inventare una nuova moneta per sostituire l’ Euro. Sono definizioni piuttosto differenti, vero?

Innovazione Citizen Driven

Un numero crescente di iniziative suggerisce che i cittadini, chiaramente nel loro ruolo di abitanti del territorio, stanno iniziando a prendere il controllo e a trasformare le loro città. Prendiamo esempio dai nuovi percorsi pedonali di Bogotà, Colombia: gli abitanti dei quartieri stanno sempre più uscendo nelle strade per realizzare l’infrastruttura urbana che il loro governo non ha fornito.
In una recente intervista pubblicata su ThisBigCity.net, Jimena Veloz e Alejandro Morales hanno spiegato in questo modo il progetto Camina, Haz Ciudad, un tentativo collettivo di Citta del Messico di migliorare le condizioni per i pedoni e ci ciclisti:

"Camina, Haz Ciudad è iniziato come progetto per recuperare spazio per i pedoni. Era ispirato ad un moderno insediamento che è stato realizzato qui a Citta del Messico in un’area chiamata El Puente de los Poetas. Curiosamente, non c’era alcuna infrastruttura per i pedoni, l’interno luogo sembrava disegnato solo per le auto. Un gruppo di cittadini decise che così non poteva essere, così hanno dipinto un marciapiede in un’area dove molte persone passavano ma senza alcuna garanzia di sicurezza. Ma il marciapiedi venne cancellato, e la gente che lo aveva dipinto divenne furibonda. Questa rabbia sembrò ispirare il senso di un proposito collettivo, e noi iniziammo a dipingere più e più cose. Il collettivo è completamente orientato alle esigenze dei cittadini e finanziamo il lavoro con il nostro denaro."

Gruppi come Camina, Haz Ciudad presentano un reale cambio in termini di ambizione del coinvolgimento pubblico. Sono comunità distribuite che tendono a divenire movimenti della società civile, essi raccolgono risorse tramite crowfunding e usano i social media per diffondere le loro idee ed ispirare altra gente. E così non sono per nulla soli.

"Dicono che la città ha dei guasti. Noi ripariamo. Senza costi" afferma il collettivo di Toronto Urban Repair Squad che è specializzato nel dipingere piste ciclabili e parcheggi per biciclette. Anche se la loro azione non è esattamente legale e di conseguenza talvolta avversata dall’amministrazione della città, essi cercano di soddisfare i bisogni irrisolti da parte delle autorità locali.
Nel reale spirito di un movimento open source, l’Urban Repair Squad ha pubblicato un manuale con le istruzioni per chiunque voglia imparare a dipingere piste ciclabili, mentre il gruppo messicano wikiciudad (wikicity) predica che "ognuno può editare e modificare le città".

Cooperare per soluzioni smart

Lo scorso anno, l’Institute for the Future e la Rockefeller Foundation hanno pubblicato "A Planet of Civic Laboratories", un report che suggerisce che se le città vogliono esser veramente smart, i dati devono generare inclusione e sviluppo. Le soluzioni top down proposte dalle grandi aziende ICT non sono sufficienti.
Secondo il report, nelle città attuali c’è una forza crescente ed contrapposta di imprese, hacker e "citizen hacktivists" che perseguono visioni diverse della città futura. Il loro motto è che i dati urbani sotto forma di informazioni possono promuovere città più democratiche, inclusive e resilienti.

Questi urbanisti fai da te - do-it-yourself (DIY) urbanists – usano tecnologie open source e strutture cooperative per iniziative che nascono dal basso, rafforzano il coinvolgimento sociale e assicurano che il processo tecnologico resti in linea con l’interesse civico. Su questa linea, progetti come Smart Citizen (un kit che contiene sensori per misurare indicatori ambientali e connetterli con la piattaforma online Cosm), del Barcelona FabLab, and DCDCity, incubati al MediaLab Prado, coltivano un altro concetto di smart city: codice aperto, filosofia del fai da te, partecipazione dei cittadini.

In futuro, le citta di successo dovranno certamente integrare i due modelli. Le soluzioni ideali combinano piattaforme su larga scala con grandi innovazioni guidate dal basso. Questa integrazione sta già prendendo forma in certi contesti, ma le pubbliche amministrazioni hanno bisogno di formare e incoraggiare ciò come parte di una agenda di openess, trasparenza e inclusione.

Le città sono come organismi viventi con uno spirito che si estende ben oltre le reti tecnologiche e le infrastrutture. Le comunità umane creano e sostengono un DNA specifico della città, e questa particolarità – a volte bizzarra o anche inspiegabile – deve essere presa in considerazione quando si progetta l’innovazione con e per i cittadini.

Traduzione a cura di Claudio Forghieri

 

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Editoriale

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